La Madre

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Mito del Mammut XV edizione

Riparte il gioco didattico di teatro quartiere del Centro Territoriale Mammut, giunto alla sua quindicesima edizione. 

Scarica l'allegato per conoscere possibilità e modalità di partecipazione.

Di seguito invece pubblichiamo il documento alla base della ricerca dell'anno.

La madre

Approfondimento sul tema dello sfondo integratore

Quest’anno per la nostra ricerca abbiamo scelto uno sfondo integratore molto ricco, quanto impegnativo: la madre.

Attingendo soprattutto ai canali del pensiero intuitivo come ogni anno facciamo,  questo tema si è imposto in maniera decisa. Inizialmente non capivamo bene il perché. Col proseguire dell’anno cominciamo a comprenderne qualche ragione.

E’ l’anno di un passaggio importante. Siamo stati chiusi in casa in attesa di poter uscire. Abbiamo avuto paura di andare nel mondo di fuori, e un po’ ancora ne abbiamo. La casa, la nostra base sicura (per dirla con John Bowlby)  si è rivelata più che mai anche luogo che ci teneva prigionieri, da cui avremmo voluto scappare.

Oggi, che usciamo liberamente (almeno in Italia), ancora qualche dubbio lo abbiamo nello scegliere tra la  protezione che sembra garantirci il rimanere dentro casa o la libertà del “fuori” in città, luogo del rischio ma anche della vita, perché fatta di incontri e relazioni con altri simili e col resto del creato.

Di fronte alla paura della malattia i medici ci sono sembrati l’unica possibilità di sopravvivenza, ci siamo affidati più che mai alla loro cura, anche quando consisteva in misure di prevenzione molto dure da sopportare. Quella stessa cura di cui oggi in tanti  non si fidano più, ritenendo per esempio che il vaccino sia un modo di uccidere e non di salvare, ritenendo che lo Stato preposto alla cura dei suoi cittadini stia attuando misure lesive per la salute e il bene di tutti noi anziché difenderli.

Malgrado la prosopopea delle opposte fazioni, oggi alberga in ognuno di noi il dubbio più o meno marcato sul potersi fidare di chi si prende cura di noi, non essendo sicuri fino in fondo del fatto che ci stia sanando e proteggendo  e non avvelenando o rendendoci schiavi.

Sotto un altro punto di vista stiamo semplicemente facendo i conti con una natura che oltre ad essere generatrice è anche colei che, in un modo o nell’altro, può porre fine alle vite individuali e collettive. Mai come in questo momento sembra che ci sia il rischio fondato che la crisi ambientale e la pandemia (che per molti non sarebbe altro che un risvolto di quella stessa crisi) possano distruggere l’esistenza dell’intero genere umano. Uno scenario in cui la Terra e molti altri dei suoi abitanti sopravviverebbero ancora e a lungo, mentre l’umanità soccomberebbe. Scenario rispetto al quale la reazione degli esseri umani ruota attorno a due polarità: 1) negazione e fuga, gridando al complotto di altri uomini manipolatori e malvagi; 2) senso di colpa e criminalizzazione dell’umanità cattiva nei confronti della Terra buona.

Quello che ciascuno e l’intera umanità  sta  sperimentando con più evidenza oggi  è la doppia faccia della natura, di una natura di cui malgrado tutto siamo ancora inscindibilmente porzione infinitesimale e interdipendente. Stiamo collettivamente ripassando una lezione che conosciamo dalla nascita della nostra specie: l’impossibilità stessa di esistere in assenza della natura (intesa come vita a prescindere dall’intervento umano), perché noi siamo intimamente natura. Ma allo stesso tempo il terrore di questa  natura: può annientarci in un solo istante, singolarmente o come umanità intera. Senza scomodare Leopardi e i tanti autori che su questo tema hanno prodotto opere eccelse, se ci guardiamo dentro potremmo scorgere lo stesso sgomento, che è prima di  tutto spiazzamento, smarrimento. Ci possiamo fidare di chi ci ha messo al mondo e ci dà il nutrimento per vivere, essendo noi carne di quella stessa carne? Ci possiamo fidare se da un momento all’altro, per nostra colpa o senza nostra colpa, quella stessa entità potrebbe annullarci, cancellarci per sempre? Cosa che in un modo o nell’altro, prima o poi, comunque farà. Di cosa possiamo fidarci allora? Su cosa possiamo poggiare le nostre fragilissime giornate?

E’ la sensazione che si prova di fronte al luogo del selvaggio. In alta montagna, in mezzo al mare, nel fitto di un bosco, nel mezzo di una foresta:  meraviglia, ebbrezza ma allo stesso tempo sgomento e smarrimento. Ciascun animale è in grado di suscitarci questa sensazione, anche il più innocuo gattino domestico: identificandoci in lui sperimentiamo l’altro da noi, ma allo stesso tempo l’altro in noi. Dove l’altro  è appunto il selvaggio, il potenzialmente feroce, colui di cui aver paura come paura doveva averne l’uomo delle caverne. Nello scoprire la selvaticità della nostra base sicura, capace di arrivare a sbranarci in un sol boccone, una delle possibili soluzioni è arrivare alla decisione di disconoscere in toto l’esistenza di quella stessa base sicura, dell’entità che ci ha dato la vita e che continua a darcela, la carne della nostra carne. Diventare così un ramingo. Molto simile al processo che la psicologia descrive nel passaggio dal nucleo indifferenziato madre/bambino all’individuazione e quindi all’autonomia. Passaggio che prevede molto altro, ma che sempre passa per questa fase di scoperta del “seno cattivo” e che ha bisogno di un travaglio – stavolta fuori dal ventre – che porti alla’interiorizzazione della funzione materna, di quello che la propria madre (e/o chi ne ha esercitato compiti e ruolo)  ha rappresentato per noi dal momento della nascita. La dipendenza è una delle possibili conseguenze di una mancata interiorizzazione: non avendo maturato all’interno di me una funzione materna adeguata, ne sperimento costantemente l’assenza e rimango quindi dipendente da qualcosa che sta fuori, mia madre (anche se ho cinquant’anni) oppure una sostanza stupefacente, fa lo stesso.  Non è un caso se l’aggravamento della dipendenza da schermi e da social è uno dei lasciti più  devastanti del tempo pandemico, su cui è urgente lavorare. Perdere la madre o negarne la presenza, il senso di abbandono, di assenza può trasformarsi in dipendenza.

Il tema della madre incarna tutta queste polarità, in un banale quanto fondamentale abbinamento natura/madre, la Madre Terra.

E come negli altri anni anche in questo  è il Mito il canale attraverso cui scegliamo di lavorarlo sull’inconscio collettivo (per dirla con  Grotowski prima che con Jung).

Ricchissima è la produzione sull’argomento, anche di favole e leggende, oltre a poter contare su un’iconografia potente e antica quanto la capacità dell’umanità di fabbricare oggetti (la statuette della Dea Madre sono tra i più antichi reperti archeologici mai rinvenuti).

 

Lente di ingrandimento

Altra costante del nostro gioco di teatro quartiere “Mito del Mammut”, è la convinzione che quando un tema si pone con tanta forza e diventa più visibile che in altri tempi, ci troviamo  avanti alla possibilità di affrontare nodi che altrimenti ci trascineremmo per sempre. Non abbiamo molte possibilità di scelta: o le affrontiamo o soccombiamo.

Questo tema del resto può aiutarci a superare anche il nodo metodologico consegnato dalla ricerca dell’anno scorso: la possibilità di cambiare il “dove”  della scuola, affinchè non coincida più solo con l’aula nella sua ordinarietà. Soprattutto nel caso della scuola è facile scorgere lo stesso conflitto di cui parlavamo prima: la sicurezza del “dentro” costituito dall’aula e il pericolo rappresentato dal “fuori”, il rischio e l’imprevisto che in agguato aspettano il maestro e  i bambini che oseranno varcare il cancello della scuola, o addirittura la porta dell’aula. Sicurezza messa abbondantemente in crisi dallo scorso anno, nell’evidenza che il dentro è molto più funzionale al contagio del fuori.

L’auspicio insomma è che attraverso le narrazioni e il rito collettivo che è “Il Mito del  Mammut”, riusciamo a fare un percorso nell’immaginario che ci porti a scoprire modalità di superamento di queste dualità. Una composizione che ci conduca, attraverso la navigazione del conflitto, ad una dimensione più evoluta di tenerezza e affidamento alla “madre” e alla sua interdipendenza. Attualizzata risonanza dell’insostituibile sensazione di pace, sicurezza, calore, pienezza, felicità che ciascuno di noi ha provato fra le braccia di sua mamma.

Far pace con la madre significa ritrovare la propria capacità generativa. Se non di creare, la madre è l’unica ad avere il potere di generare. Qualsiasi immaterialità  - idea, emozione, passione, sentimento o per chi ci crede, spirito - non può nascere che incarnandosi nella  materia, la cui generabilità è prerogativa della funzione materna. Concetto posto all’estremo in pedagogisti a noi cari come Steiner (ad esempio nel suo testo  “Iniziazione”).

Vale la pena sottolineare che di funzione materna vogliamo ragionare, e non genericamente di “femminile” o del “genitore donna”. Concetti indubbiamente in stretta connessione, ma che sarebbe fuorviante e riduttivo far coincidere. Stesso approccio adottammo col tema del “padre”, sfondo integratore scelto qualche anno fa.

 

Il Mito

I miti dell’umanità e la chiave archetipica, inviteranno ciascuno di noi a rivisitare le dicotomie protezione/handicappizzazione? Nutrimento / avvelenamento? Ti do alla vita/ti impedisco di vivere? Ti lascio la libertà /ti abbandono? E’ la madre ad essere malvagia e manipolativa o  sono io l’ingrato senza cuore che infierisco sulla madre buona, tra l’altro già tanto trafitta di spade? Se oltre al seno buono scopro anche quello cattivo distruggo la maniera in toto? Partendo dalle vite individuali per arrivare a quella collettiva.

 

Politicamente

Dicotomie sperimentate nel qui e ora, ma che rimandano alle biografie passate di ciascuno. Così come quello che nell’inconscio collettivo è capace di suscitare il tema della madre qui ed ora, perderebbe di senso se privo di sguardo retrospettivo.  Questioni “vecchie” legate alla cura ci stanno esplodendo in mano e non possiamo più rimandarle.

Non solo  medici e infermieri, ma  tutte le professioni di cura sono attualmente costrette a fronteggiare un atteggiamento generale di sfiducia e pregiudizio negativo da parte dei cittadini. Da molte delle scuole in cui lavoriamo ci sono arrivati ad esempio racconti di genitori molto irascibili, sospettosi verso docenti e dirigenti al punto da essere ossessionati dal controllo, rancorosi  all’eccesso.

Contingenze tutte che vengono da lontano e che tanto a lungo abbiamo finto di non vedere, continuando in buona parte ancora oggi a nascondere dietro fumose  e polverose questioni secondarie.  Fenomeni quali la medicalizzazione della società, dalla quale hanno cercato di metterci in guardia in tanti (Ivan Illich e Michel Focault ad esempio); l’ingigantimento della paura dello straniero e di tutto quello che rappresenta il “fuori”, da cui scaturisce la condanna per i migranti mal accolti. O per una scuola che da più di un secolo si spaccia per grande detentore di emancipazione e libertà, mentre nel quotidiano è un’istituzione a metà tra  carcere e ospedale.

Siamo del resto nel tempo in cui se da una parte l’ecologia diventa addirittura il fulcro di uno dei più costosi piani di ristrutturazione economica internazionale e priorità nell’agenda mondiale (o almeno questo è quanto affermano i governanti), dall’altra si fatica a trovare luoghi incontaminati sul nostro pianeta.

Proprio il termine “incontaminato” ci porta all’ultima riflessione di questo troppo denso documento di avvio della quindicesima edizione del Mito del Mammut. Nel vocabolario contemporaneo l’uomo è colui che contamina, l’abitante capace di “guastare” un certo ambiente, proprio nel secolo in cui è lo stesso uomo l’essere più contaminato da sé stesso.

Facendo seguito a quanto dicevamo prima sullo sgomento di fronte al selvaggio,  l’umanità ha messo in atto la sua più evoluta tecnologia per difendersi dalle parti di madre Natura che riteneva capaci di indebolirlo o distruggerlo: dalla fatica, alla malattia, fino all’estrema ambizione di arrivare ad arginare la morte (sono in vendita  posti per “congelare” il cadavere in attesa che la scienza trovi il modo di rimetterlo in vita).   Nella dicotomia più moderna tra la volontà di controllo assoluto sulla vita  e l’affidamento incondizionato alla Vita.

E’ arrivato insomma il tempo di far pace con la madre e segnali più evidenti non potremmo averne: dal cinquenne che se ne va girando per la strada con un enorme maschera copri occhi da cui sta vivendo (giocando) in una realtà virtuale, a ognuno di noi (dai 2 anni in su) che ha fatto del cellulare la propria protesi permanente; ai lavoratori e villeggianti ormai da tempo sottoposti ad un irreversibile processo di ibridazione uomo macchina; alla gran quantità di malati cronici, anziani e altri “fragili” la cui sopravvivenza è legata a medicine e macchinari.

La nostra ricerca riguarderà quindi la parte più profonda di ciascuno di noi, di ciascuno dei nostri gruppi e dell’intero gruppo che parteciperà al viaggio del Mito 2021/22.  

Ma anche e soprattutto la scuola e la città, tenendo sempre giustizia sociale e solidarietà umana come bussole delle nostre azioni. 

 

Piccola bibliografia di partenza

 

  • Il linguaggio della Dea -  di  Marija Gimbutas, Venexia Editore, 2008
  • Animali magici - di Sabrina Tonutti, Giunti Editori, 2019
  • Una base sicura -  di John Bowlby, Raffaele Cartina Editore, 1988, Milano
  • Io sono ok, tu sei ok -  di Thomas Harris, Rizzoli Edizioni, 2000
  • Nemesi Medica – Ivan Illich, Red Edizioni, 2013
  • Il Teatr Laboratorium di Jerzy Grotwski -  Fondazione Pontedera Teatro Edizioni, 2001
  • Iniziazione -  di Rudolf Steiner, Antroposofica editrice, 2006
  • L’A.PE n.1,2 e 3 -  a cura di Giovanni Zoppoli e Assunta Iorio, Il Barrito del Mammut Edizioni, 2021

Sitografia

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