Vent'anni da Mammut

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CENTRO TERRITORIALE A SCAMPIA – MAMMUT

Documento di Verifica e Riprogrammazione anno 2025/26

22 luglio 2026

Gli anniversari sono quell’espediente che l’umanità ha inventato per vari motivi, per lo più autocelebrativi. Possono essere molto utili però anche a prender fiato, a dare un senso al tempo perché se qualcosa finisce, ne inizia un’altra. E in qualche modo prima di voltare pagina, viene naturale dare un colpo d’occhio a quella che stai lasciando alle spalle.

Tra l’altro vent'anni è un lasso di tempo significativo di per sé, basta guardare alla storia per rendersene conto (e per fortuna, non esiste solo il ventennio fascista): un lasso di tempo significativo, probabilmente è il tempo minimo perché qualche cambiamento significativo davvero possa dirsi avvenuto.

E a noi (benché irrimediabilmente autocelebrativi come ogni cosa umana), interessa proprio questa angolatura che un anniversario può regalare. Fare come abbiamo sempre cercato di fare in questi anni: usare il Mammut come  lente focale, osservatorio privilegiato  da cui guardare a quel che è cambiato in venti anni intorno a noi.

È questo il principale obiettivo del nuovo anno, a cui cercheremo di lavorare in vari modi. Per cui, più che una premessa, questa è l’intenzione principale da cui saremo animati nell’anno che verrà.

Che cosa è cambiato nelle strade e nelle piazze di Scampia? E di Napoli? E del resto del mondo? Considerando che la vera avventura del CT Mammut parte con il Compare, nel 1997, diremmo che da questo punto di vista è cambiato davvero un bel po', a colpo d’occhio. Soprattutto a Scampia.

Ma anche nel resto, nell’amministrazione, nelle abitudini, nei bisogni e nelle risposte ai bisogni, e soprattutto nei desideri e nel quotidiano, che cosa è cambiato in questi 20 anni?

Come sono cambiate le associazioni e le cooperative e, più in generale, la politica?

Domande non fini a se stesse, ma per chiedersi come continuare, dove mirare, per rimanere nel presente, il più liberi possibili da attaccamenti e nostalgie del passato, ma anche da smanie di futuro e relative micro e macro megalomanie (sempre di moda).

 

NUMERI

 

La ricerca-azione condotta nel corso dell'ultimo anno conferma l'impianto teorico sviluppato nel presente documento e ne suggerisce alcune conseguenze operative.

La riprogrammazione non nasce quindi dall'introduzione di nuove attività, ma dalla riorganizzazione di pratiche già sperimentate, alla luce dei bisogni emersi dall'inchiesta territoriale e dall'esperienza maturata nei vent'anni di ricerca-azione.

Nel corso dell'ultimo anno hanno partecipato alle attività del Centro Territoriale Mammut circa 1000 bambini, di cui circa 200 hanno preso parte in maniera continuativa ai percorsi realizzati tra ottobre e aprile, attraverso le attività pomeridiane e gli interventi nelle scuole. Principalmente sulle 3 aree: Scampia; Piazza Mercato; Bagnoli (tutte a Napoli)

                      

Parallelamente sono stati realizzati circa 20 percorsi individualizzati di ascolto e supporto psicologico rivolti a bambini, adolescenti, adulti e coppie, con percorsi della durata variabile tra 2 e 25 incontri, secondo un modello di presa in carico biopsicosociale integrata.

Sul versante della formazione hanno partecipato oltre 50 adulti ai percorsi realizzati insieme alle associazioni Hamelin di Bologna e Cemea di Roma.

 

L'attività di ricerca, documentazione e disseminazione ha inoltre portato il lavoro del Mammut in otto città italiane (Napoli, Palermo, Benevento, Roma, Milano, Modena, Prato e Potenza), attraverso la presentazione del volume Caccia al Tesoro (Altraeconomia, 2026) e quattro percorsi laboratoriali collegati, coinvolgendo complessivamente circa 1000 persone.

                        

Accanto alle attività educative e psicologiche, oltre 1000 cittadini hanno usufruito delle attività di partenariato sociale, orientamento e accompagnamento offerte quotidianamente dal Centro Territoriale Mammut.

E poi, le condivisioni con la rete territoriale sempre più ricca e solida con il Mediterraneo Antirazzista il Carnevale del Gridas, e tanti altri momenti in cui ci siamo messi insieme per essere più felici.

Quest’anno inoltre, con il laboratorio biopsicosociale si è andata a rinsaldare i rapporti con la Municipalità 8 e i suoi servizi sociali ed educativi, con l’ASL e con la rete territoriale che offre servizi al territorio, essendo antenna territoriale che intercetta bisogni e che può favorire legami e connessioni tra domanda ed offerta.

L'anno appena concluso ha inoltre consolidato collaborazioni scientifiche e operative con soggetti istituzionali, tra cui l'Università Federico II di Napoli, confermando il valore del CT Mammut come laboratorio permanente di ricerca-azione, nel quale pedagogia, psicologia e intervento sociale si alimentano reciprocamente.

Questi numeri non costituiscono semplicemente indicatori quantitativi di attività svolta. Essi rappresentano il campione vivo sul quale si fonda la ricerca che orienta la presente riprogrammazione e confermano come il Centro Territoriale Mammut operi oggi contemporaneamente come presidio educativo, dispositivo clinico, laboratorio pedagogico e osservatorio sociale.

 

 

 

1. In cammino.

Nel voltare la pagina, non possiamo non portare con noi le persone carissime e fondamentali, che continueranno ad animare le nostre giornate, anche se non più fisicamente con noi. Prima tra tutte Goffredo Fofi, a cui il CT Mammut deve i natali, e Gaetano Di Vaio, compagno con cui abbiamo iniziato tutto. Ricordiamo loro due, anche se ahinoi, la lista di coloro i quali ci hanno ispirato e aiutato in questi anni, e che oggi non ci sono più è ben più lunga.

Li portiamo con noi, e cerchiamo di onorarli, giorno per giorno, facendo vivere con noi quel che di loro è ancora tanto presente. Con amore e gratitudine.

 

2. Bisogni Vecchi e Nuovi, si parte da Ragazzi e Bambini

Come sempre partiamo facendoci orecchio, al di là di noi, cosa ci sembra che chieda il territorio?

Il "Prima”

I bambini e ragazzi che arrivavano al CT Mammut per chiedere di partecipare erano per lo più estremamente “vivaci”. Anche se i gruppi di bambini del CT Mammut sono stati sempre misti, variegati per provenienza, le principali difficoltà erano dovute a situazioni sociali molto precarie, di privazione economica e culturale.

Molti sono stati i cambiamenti urbanistici a Scampia in questi anni. Prima di tutto le massicce operazioni di polizia e la trasformazione che il quartiere ha subito dopo la “faida di camorra” che vivemmo all’inizio di questo ventennio. Ma molte altre si sono succedute, tra le più eclatanti   il crollo del ballatoio della Vela Celeste, lo sgombero  degli abitanti anche delle altre Vele residuali e la successiva diaspora, che ha segnato un po' uno spartiacque  lo scorso anno. Suggellando un processo che però durava da più tempo.

Anche per le strade (non solo di Scampia) la situazione dei ragazzi è molto diversa rispetto a vent’anni fa. Quando arrivammo in piazza, non erano rari i casi in cui gruppi di ragazzetti in cerca di scorribande, buttavano benzina sui malcapitati “tossici”, che da ogni parte d'Italia venivano a farsi a Scampia. Gli stessi ragazzi che venivano a rompere il citofono al CT Mammut o “torturavano” in modi vari i suoi operatori (sassaiole oppure ancora resta vivo il ricordo in cui una delle nostre amiche, che allora lavorava al CT Mammut, che venne chiusa in una delle stanze e spruzzata con l’estintore).

Era difficile, e lo è stato fino a non molto tempo fa, aprire il Mammut. Perché spesso venivamo presi d’assalto da questi gruppetti. Ma non c’entra niente la Camorra o cose del genere. Erano semplicemente inquieti e “sciolti”, circolanti in questo modo, e in questo modo, richiedenti il proprio spazio in un luogo che sembrava non somigliare ad altri da cui fuggire (come la scuola). Per fortuna con alcuni di loro, non pochissimi, riuscimmo a instaurare una relazione e a trovare un modo di essere in contatto. Almeno un minimo.

Il Presente: Dalla "Strada" alla "Cameretta"

Oggi questi gruppetti sembrano non esserci più, almeno alle porte del CT Mammut (diversa è la situazione in altre zone di Napoli, ad  per le vie del Centro antico e dintorni. Là ancora ci sono ragazzi provenienti dalle viottole interne, purtroppo anche stavolta spesso ai danni dei più deboli, come questuanti e migranti).

La tipologia (semmai questo termine possa avere un senso) “branco d’assalto”,  non ne rinveniamo più, o almeno in maniera estremamente ridotta. Al loro posto è molto aumentata al Mammut la richiesta di chi ha una “diagnosi”, dallo spettro autistico a Dislessia, ADHD e altre.

Ma ad essere cambiato sembra essere proprio il bisogno e quindi più in generale la richiesta, di questa fascia d’età. Se fino a non molto tempo fa il bisogno prevalente sembrava essere i “fare compiti”, quelli da portare il giorno dopo a scuola, oggi questa necessità non è più la prevalente.

Non è tanto il bisogno cognitivo a emergere, quanto quello affettivo e relazionale.

Volendo molto semplificare il quadro, il passaggio dalla “strada” alla “cameretta” ha comportato alcuni vantaggi e molte perdite. Soprattutto guardando agli adolescenti, quello di cui sembra esserci oggi davvero bisogno, è un rinforzo, un esercizio, di tutte quelle funzionalità che la “cameretta” ha finito per mettere a parcheggio.

Potenzialità che hanno a che fare col corpo, con le sensazioni e le emozioni;  soprattutto sono venute a mancare le possibilità di libera sperimentazione, al di fuori dell’aspettativa e del giudizio, in primis dell’adulto e dal suo controllo diretto e indiretto; ma anche dal giudizio e dall’aspettativa dei pari. La possibilità di essere imperfetto, di sbagliare, di non dover corrispondere a qualcosa o a qualcuno, sembra insomma la nuova vera esigenza.

E il bisogno di poter contare su adulti, capaci di “vederti”, di accoglierti, di guidarti, anche con rigore e severità e senza sconti.

Ne  ha parlato in maniera molto chiarificatrice lo psicoterapeuta Matteo Lancini[1], approfondendo molto degli aspetti che qua possiamo solo accennare. Da quel che ci è stato dato osservare in modo diretto, ci ha colpito molto quanto davvero i social siano la “soluzione” (non il problema) che i giovani hanno trovato per non soccombere allo sguardo onnipresente dell’aspettativa altrui. E di quanto spesso questo connubio abbia finito per mettere alla dura prova il corpo. Come nel caso del circuito palestra-controllo alimentare-palestra-foto per il social acchiappalike, diventato sempre più cosa comune tra i giovani (anche a partire dai 12 anni). Dinamica estremamente delicata e rischiosa, in cui purtroppo molte professionisti “adulti”, rischiano di farsi complici, più o meno inconsapevoli, di una progressiva deriva patologica; anziché essere realmente d’aiuto.

Insomma una realtà sempre più complessa e delicata quella degli adolescenti, forse proprio perché sempre più “sotto osservazione” degli adulti che, purtroppo, troppo spesso finiscono per realizzare l’antico adagio popolare dell’“aiuto-sgarrupo” .

Oggi più che mai il lavoro con bambini e adolescenti, richiede un attento vaglio del sé e del come intervenire in maniera professionale, comprendendo in questa categoria anche il lavoro in classe dei docenti.

Indicazioni Operative per il Prossimo Anno

Da questo viene a noi la principale indicazione per il prossimo anno: occorre uno spazio “liberato”. Mettendo al centro l’interesse, la spinta motivazionale autonoma, la possibilità di entrare in contatto col proprio bisogno e di soddisfarlo. Un luogo insomma in cui viversi l'impasse (per dirla con Perls [2]e la sua Gestalt) senza che un adulto voglia per forza sostituirsi a te, impedendoti di attivare il tuo potenziale. Possibilità esistente solo se viene a mancare il sostegno ambientale che fino a quel momento ti ha tenuto dove sei.

Significa quindi creare le occasioni, i set, i materiali, i percorsi (come ci hanno suggerito in passato Decroly, Freinet, Montessori) adeguati a questo. Luoghi e spazi animati da chi ha fatto propri linguaggi e sensi di questi tipi di approcci. Senza dogmatismi metodologici, e con molta capacità di contatto.

 

3. Il "Piattaformismo"

Il cambiamento di bambini e giovani risulta però poco comprensibile se non ampliamo  lo sguardo a quello che sta succedendo su un piano più in generale.

Uno dei principali  mutamenti di questi vent’anni, è stata la digitalizzazione. La digitalizzazione di molte cose, a partire da servizi pubblici e privati. Lo sanno bene impiegati, avvocati, medici… ma anche maestri e psicologi. Lavoratori di ogni età, che hanno visto trasformare una consistente parte della propria giornata lavorativa: dalla presenza all’online. Con il risultato che molte vite finiscono per venire trascorse per un tempo sconsiderato in “piattaforma”.

In questi 20 anni è variato lo sguardo del commercialista come quello del chirurgo: mentre sei seduto  alla loro scrivania, il professionista con una parte della visuale guarda te (quando ti va bene), con l’altra metà scorre uno schermo. Poco importa se sei in presenza o online. Ovviamente accade anche a te quando sei dall’altra parte della scrivania: sempre più frequentemente l’occhio che guarda il paziente, il cliente o qualsiasi cosa sia, finisce per guardarlo con una finalizzazione alla piattaforma, ai dati che devi compilarci, indispensabili per gli adempimenti burocratici. Anche quando lo schermo non lo hai materialmente davanti, ma come tensione nella testa.

Anche se un po' esasperata, questa visione finisce per coincidere sempre più con la realtà. Una realtà appartenente a quella società  che tempo fa definimmo come burocratico-narcisistica.

Realtà inquietante e che sempre più finisce per  coincidere  con gli scenari che decenni fa paventavano i grandi della letteratura (come Volponi [3]) o della sociologia (come Adorno[4]).

Non fa più scalpore, né costituisce niente di nuovo, il salto da giganti che l’ibridazione uomo-macchina ha fatto negli ultimissimi anni. Un processo avviato molto prima del ventennio di cui stiamo parlando, avendo subito una importante accelerazione dal covid in poi (ma questa è cosa nota).

Il 2026, almeno per quel che abbiamo visto finora, sembra aver davvero conclamato la trasformazione di cui stiamo parlando, rendendo ormai universalmente acclamata e accettata, la tendenza a “piattaformare” le nostre vite.

Anche se gli adulti sembrano proprio non volersene accorgere. Continuando a prendersela solo con i social, i videogiochi… la tecnologia dello svago insomma, dove vanno a depositarsi paure e  stigmatizzazioni, rabbia e smania demonizzatrice. Sentimenti che  a noi viene il sospetto siano rivolti più verso chi è più abile in  questi aspetti delle nuove tecnologie, ovvero verso le nuove e nuovissime generazioni; a proseguimento dell’atavica invidia che da sempre muove “gli anziani” nei confronti dei più giovani.

A conferma di un postulato di fondo che sembra continuare a dominare ogni ambito della vita educativa a cui abbiamo assistito sempre più in questo ultimo decennio: noi adulti siamo a posto, i giovani (e i bambini) sono quelli guasti, da aggiustare.

Come fanno i “grandi” a non accorgersi che  in realtà la maggior parte delle ore digitali sono quelle dei lavoratori adulti di ogni specie, trasferitisi in piattaforma per i motivi di cui sopra?

Scorci di realtà che sembrano aprire il campo a tutti quegli scenari della fantascienza dove le macchine finiscono per prendersi ogni cosa.  E a questo punto a che serve più un falso umano? Un umano travestito sempre più da robot? Perché non lasciare il campo all’originale?

Ma lasciando questi scenari alla fantascienza, e tornando alla realtà, nemmeno questo processo sembra essere particolarmente nuovo. Oltre a Volponi e Adorno che abbiamo prima citato, molta letteratura  del secolo scorso [5]ha messo in evidenza quanto la scuola fosse pensata sin dall’inizio in funzione del tipo di lavoratore di cui il sistema economico prevalente aveva bisogno in quel dato momento storico.

Ed è in questi autori che troviamo le più chiare visioni di quanto sta succedendo oggi ai nostri giovani. Come più volte messo in evidenza nei documenti degli anni precedenti (a cui rimandiamo[6]), la graduale dissociazione che i cittadini di ogni età hanno messo in atto rispetto al corpo e ai suoi bisogni reali negli ultimi decenni, è del tutto funzionale al tipo di marketing che oggi è alla base del sistema economico prevalente.

A luglio 2026 appare con ancora maggior chiarezza che abituare fin da piccoli gli esseri umani ad essere un tutt’uno con una macchina, è quel che serve di più al mercato attualmente. Da piccolo è il tablet nel passeggino, da grande è l’impiegato (o l’avvocato) che vive in piattaforma.

Al di là di queste divagazioni più o meno allucinatorie e dalle suggestioni sovrastrutturali che abbiamo voluto fornirvi fin qua, il dato resta. Anche se fosse semplicemente bene così, se l’ipertecnologizzazione e l’ibridazione uomo macchina  fosse solo  bene, enorme potenziamento di quello che l’uomo è stato finora, dandogli la possibilità di godersi la vita e di migliorarla come mai ha potuto permettersi da quando è arrivato sulla terra, anche se questa fosse la migliore delle ere che sta per cominciare (e in parte non possiamo che crederci anche noi), resta il dato che tutta la gamma di  potenzialità “fuori piattaforma”, a partire appunto dal corpo e dalle relazioni tra corpi in presenza, sembrano oggi richiedere un’attenzione particolare. Non perché “malate”, ma perché trascurate, tralasciate, non più nutrite e allenate come necessario.

Pensiamo che chi si occupa di relazione di cura (nel senso più lontano possibile dalla medicalizzazione e più vicino invece a quello di “coltivazione di piante”), debba tenere in debita considerazione questo aspetto.


4. Politica, Sociale e Territorio: Crisi e Nuove Forme

Quando la nostra avventura come Mammut, ma ancora prima da Compare è partita, il sociale catturava la nostra attenzione principalmente per 2 aspetti:

  1. Da una parte l’esternalizzazione dello stato sociale e la sua graduale privatizzazione.
  2. Dall’altra l’enfasi alla grande bontà del volontariato e di tutti i suoi surrogati più o meno profit.

A noi apparvero entrambi come tendenze estremamente pericolose e da osteggiare[7].

Anche sotto questo aspetto il quadro sembra essere molto cambiato. Nell’epoca del populismo trumpiano, molta di quell’ impalcatura è entrata in crisi. Sono rimasti in pochi a credere che davvero associazioni e cooperative esistano per il “bene” degli altri, si è creato un sistema di mercato del finanziamento privato che ormai regge grande parte del sociale ancora in piedi; il pubblico sembra aver abdicato definitivamente a tante delle sue funzioni originarie. Col risultato di una gran baraonda, e di un sociale fragile, questuante e in buona parte gambizzato, perché supino all’omologazione e all’ordine costituito.

Molte volte in questi anni abbiamo denunciato e messo in luce i tanti aspetti economico-giuridici che hanno depotenziato una delle professioni più belle e preziose come quelle dell’educatore. Non le ripeteremo in questo documento, rinviando a quelli precedenti chi volesse approfondire.

Ci preme solo condividere una delle poche cose che abbiamo messo a fuoco e che è conseguenza di questa premessa: non è più il tempo né di sparare a zero sugli enti del terzo settore (che bene o male rimangono tra i pochi  punti di riferimento per chi rimarrebbe senza più nessuno a cui rivolgersi), né di farsi false illusioni sul fatto che il cambiamento politico e sociale possa venire da quegli enti. È necessario rivolgere altrove sguardo. Riprendendo, dove possibile, le forme aggregative e proattive basate su mutuo soccorso e civismo spontaneistico, e irrobustendo le professionalità capaci di umanità, basate su sapienza, scienza e coscienza.

Quello che abbiamo visto succedere quest’anno nella piazza  Giovanni Paolo II, dove il Mammut ha sede, ce lo conferma. Abbiamo visto crescere la frequentazione spontanea della piazza e il suo uso proprio nel modo sopra descritto. Perché gruppi di giovani e anziani la vivevano in base a proprie passioni e ideali o in base a chi aveva una sua specializzazione che esercitava con professionalità (come il laboratorio teatrale di luglio condotto da Tonino Stornaiuolo o il mercatino artigianale che c’è stato in piazza).

Il presidio territoriale del Mammut ha infatti continuato ad essere punto di riferimento attivo per tutte le realtà che hanno scelto di animare Piazza Giovanni Paolo II con iniziative, sociali, culturali, sportive, artistiche, religiose. Fin dal principiò, tra i nostri obiettivi più costanti ed importanti c’era quello di rivitalizzare la gigantesca piazza di quartiere, lavorando sugli immaginari e sulla sua rappresentazione sociale e al contempo sulla necessità di arricchirla di arredi urbani che le potessero dare senso e significato. Se sul secondo punto si cominciano solo ad intravedere dei piccolissimi segnali, sul primo punto invece davvero tanta strada è stata fatta in questi vent’anni. Basti guardare alle richieste  arrivate da parte di scuole, chiese, associazioni sportive, associazioni culturali e della stessa VIII Municipalità 8, di avere supporto per realizzare delle manifestazioni in piazza sono state continue, ed il Mammut ha tenuto sempre la porta aperta con chi condivide valori etici ed ideali.

Al contempo quest’anno il Mammut è stato casa per la nostra mitica Banda di quartiere Murga Bleno, realizzando, in modo armonico e naturale,  dei magnifici intrecci con le attività pedagogiche, didattiche ed educative realizzate in sede e con le scuole.

 

L’effetto è stato un ripopolamento della piazza come mai visto in questi 20 anni. In cui la presenza del CT Mammut è stata funzionale a rendere possibile e alimentare questo processo.


5. La Formazione: Dal Modello "Salvifico" al “Contatto”.

Anche la formazione per gli adulti è un campo investito da un cambiamento radicale.

Un po’ come accaduto rispetto ai bambini, anche relativamente adulti, nel 2007 sembrava che il maggior bisogno fosse quello cognitivo e morale. Dalla nostra angolatura, le due cose andavano di pari passo: una morale più “etica” passava per il piano cognitivo.

Se l’esigenza di una etica più “giusta” (sulla spinta di Goffredo Fofi soprattutto, e dei pensatori di cui si faceva continuatore[8]) era soprattutto nostra, da parte dei docenti e degli educatori ci sembrava che la richiesta fosse soprattutto di strumenti, di conoscenze tecniche, di cognizioni insomma.

Anche la formazione in ambito didattico ed educativo è stata inondata da moduli e schermate da riempire in piattaforma, di adempimenti formali (talvolta purtroppo anche sostitutivi del tutto di quelli sostanziali). Resa molte volte obbligatoria, con meccanismi più o meno espliciti, e sempre più legata a motivazioni estrinseche. Talvolta agganciata a incentivi economici (in un ambito tanto bistrattato dove 100 euro in più in busta paga fanno la differenza).

Processo e modalità che hanno avuto sicuramente anche risvolti positivi, come appunto il potenziamento di alcune competenze cognitive, nozionistiche in molti casi. Talvolta anche con ricadute operative su qualche aspetto del fare educativo, quasi mai su quello dell’essere.

Non essendo cambiati i fattori alla base della scelta del mestiere  di docente (la mancanza di alternative rimane uno di quelli più potenti?) o l’educatore (parcheggio in attesa che qualcosa di meglio arrivi?), non è cambiata di molto la spinta motivazionale, alla professione quanto alla formazione. Con la conseguenza che (malgrado l’ancora prevalente analfabetismo digitale in ambito educativo), sempre più abbiamo assistito ad una disanimazione anche in questo ambito.

Il processo che voleva la mente staccata dal corpo (è sempre Alexander Lowen[9] il più illuminante in questo ambito), è andato ulteriormente perfezionandosi.  Docenti ed educatori molto più concettualmente preparati, disposti a formarsi per quel che la “piattaforma richiede”, a cui però purtroppo non corrisponde tutto il resto.

Allo stesso tempo però, ci siamo resi conto di quanto poco “sano” ed efficace fosse l’approccio “salvifico” del Santo formatore, quello a cui abbiamo probabilmente partecipato anche noi. Ovvero di chi, stando fuori da coinvolgimenti reali dal vissuto di bambini e ragazzi (o anche standoci dentro, non cambia molto), pretende di portare il “verbo”, la verità, agli altri educatori e docenti, tacciati come “cattivi”, “in mala fede”, “incapaci”, “di coccio”, “dal cuore di pietra”.

L’approccio di chi disdegna ogni altra agenzia formativa (in primis l’Università) dandosi l’investitura di unico che ha capito come si fa. Estremizzando un po' questo tratto caratteriale, pensiamo che un simile atteggiamento abbia concorso a creare il pantano formativo in cui ci troviamo.

Avendo invece sperimentato più che mai quest’anno quanto, spogliandosi da ogni ruolo da “salvatore” /“persecutore”[10], scendendo dal piedistallo e mettendosi in reale ascolto con docenti ed educatori, nasce davvero qualcosa di magico: il contatto. Abbiamo sperimentato quanto possa essere bello creare esperienze di scambio autentico a partire dalle fragilità di ciascuno, e da quelle partire per ogni processo formativo. Anche e soprattutto grazie alla ricchezza di tutti coloro i quali partecipano a quel cerchio, proprio come ci ha insegnato il movimento cooperativo di Freinet. Un misto tra l’ascolto empatico gestaltico e il cerchio narrativo freinetiano. Momenti in cui psicologia e pedagogia si danno davvero la mano e dove, come poche altre volte in questi 30 anni, abbiamo visto davvero “cambiamento”, individuale e di gruppo.

Luoghi liberati da aspettativa e giudizio, dove ciascuno possa partire da quel che gli preme, e gli altri sono compagni di avventura e non nemici da cui difendersi o genitori da accontentare.

Insomma, come abbiamo detto relativamente allo spazio rivolto ai bambini, così intendiamo fare relativamente agli adulti. Anche qui è tanto l’aspetto cognitivo a dover ricevere attenzione, quanto quello del corpo, della relazione, del contatto profondo con sé e con gli altri. Dell’essere prima che del fare.

Ed è questa la via su cui pensiamo valga la pena proseguire.


6. Prospettiva Biopsicosociale e Complessità

Il tutto conferma l’ottica in cui abbiamo iniziato a lavorare ancora di più lo scorso anno, quella  biopsicosociale. Approccio che benchè non sia certo nato ieri[11], continua ad essere il grande assente dall’operatività sociale (e politica).

Di cui abbiamo visto sempre più i pericoli (come la vecchia modalità medicalizzante travestita da nuovo), ma anche l’assoluta necessità. Nell’importanza di rimanere rigorosamente ancorati ai presupposti iniziali di quest’ottica, nella loro integrità.

Anche dal lavoro di quest anno, emerge quanto l’approccio biopsicosociale non è riducibile all’approccio integrato. Non basta che su un caso lavori un’équipe multidisciplinare, che può essere  requisito necessario, ma non sufficiente.

L’ottica biopsicosociale, quella di cui c’è davvero bisogno, prevede che il cambiamento coinvolga il sistema di cui il richiedente fa parte, prima ancora del richiedente stesso. Un percorso psicologico davvero efficace con un bambino e con un adolescente, richiede i cambiamento anche delle famiglie di appartenenza, oltre che della classe e  degli altri sistemi di cui fanno parte.

Questo lo abbiamo sperimentato e toccato ancora di più con mano quest’anno, dove abbiamo lavorato in questo modo con alcune scuole. Soprattutto con l’ICS Virgilio 4 di Scampia. Quando ad esempio, partiti da una criticità relativa a un alunno riportataci dalla  sua maestra, abbiamo avviato un  duplice percorso: uno  individualizzato con quel bambino e la sua famiglia; l’altro,  parallelo, anche con il gruppo delle maestre (che incontravamo periodicamente) e con la classe del bambino, con cui abbiamo condotto un percorso laboratoriale sia in classe che al CT Mammut.

Anche all’ICS Moricino (a Piazza Mercato) e all’ICS Madonna Assunta (Bagnoli), entrambi a Napoli,  abbiamo avviato percorsi analoghi.

Come del resto il lavoro fatto nei pomeriggi al Mammut: il ripopolamento della piazza e la sua trasformazione, sono un’importante conferma che questi venti anni tesi all’obiettivo di rivitalizzarla, non sono stati vani. Aver finalizzato ognuna delle azioni al potenziamento di queste caratteristiche della piazza, non solo ha finito per rianimarla (ovviamente nei limiti del possibile, essendo venuto a mancare al momento ogni intervento urbanistico pubblico), ma ha anche, e soprattutto, dato senso e qualificato le attività educative che vi si svolgevano.

L’anno appena trascorso ci conferma insomma che non solo è necessario, ma è anche possibile lavorare in questa ottica. E che è davvero efficace.

Prendiamo atto che lo scenario globale non sembra andare in questa direzione. In buona parte per i motivi fin qua esposti. La legislazione in materia di sicurezza (basti pensare allo sguardo con cui guarda all’adolescenza e alla relativa punibilità), quella relativa alla sanità (con le vergognose trasformazioni che la nuova legislazione ha  già realizzato in attuazione dell’autonomia differenziata) e in ambito scolastico (dove  innovazione sembra far rima sempre più con digitalizzazione), sembrano uniformare l’Italia alle tendenze d’oltreoceano. Quella dove si tende a trovare la colpa del singolo e a punirla, facendo fuori ogni ipotesi di buon senso in virtù dell’ideologia del dominio.

Pensiamo però che in Italia ci siano ancora molti margini per non fare questa fine. A patto però di non cedere all’ottica binaria (la stessa alla base dell’uomo macchina di cui parlavamo prima), scegliendo il contatto, e il nutrimento alla vita che scorre dentro ognuno di noi e nell’altro che abbiamo accanto, a qualsiasi impalcatura razionalizzante.  Soprattutto a quelle tendenti alla bipartizione del mondo in buoni e cattivi, buttando a mare la lezione sulla complessità che dal  secolo ci lascia la scienza (la fisica quantistica è solo uno di questi aspetti), ma anche dei grandi pensatori come Morin [12]e R. Panikkar[13].

Accanto alla forte conferma dell’importanza dell’orientamento biopsicosociale, l’esperienza di quest’anno conferma però anche un altro fattore.

Con lo sportello di ascolto e supporto psicologico al CT Mammut, eravamo partiti con la convinzione che in certe situazioni, eccessivamente complesse per multiproblematicità (mancanza di casa, lavoro e precarietà familiare allo stesso tempo), nessun intervento psicologico potesse avere anche la più piccola efficacia senza l’aiuto dei soggetti pubblici e privati per i versanti più eminentemente economici.

Alla fine di questo primo anno, non possiamo confermare questa convinzione di partenza. Il numero di pazienti coinvolti è ancora troppo esiguo (una ventina), eppure in nessuno dei casi esaminati finora possiamo dire che l’intervento materiale a supporto fosse l’elemento essenziale per il percorso psicologico. Anzi, in alcuni casi, ci siamo resi conto che l’aiuto economico sarebbe stato altresì controproducente.  L’unico fattore davvero dirimente, è stata l’assunzione di responsabilità. Quando cioè il paziente ha iniziato a ritirare proiezioni e a uscire dai circuiti mentali a cui era abituato, e scorgendo la propria parte in quel che succedeva, ha smesso di sentirsi vittima passiva, intuendo di potersi riprendere il potere della propria vita.

Trattandosi di percorsi brevi, raramente siamo arrivati fino in fondo al processo. Ma quasi sempre è successo questo piccolo insight, che ha portato da una posizione di passività e di immutabilità predestinata, a un’attivazione verso il cambiamento.

Dati in apparente contraddizione con quanto finora detto sull’importanza di un approccio biopsicosociale, perché finiscono invece per renderne meglio la complessità e, in definitiva, per rafforzare quell’intenzione. A scanso di ogni buonismo, riuscire a innescare un qualche cambiamento nei contesti di provenienza, non serve solo al soggetto “debole”, ma anche (anzi, soprattutto) al contesto stesso, costituendone una delle poche possibilità di miglioramento che ha a disposizione. Basti pensare a quello che può succedere col “sostegno” in una classe di scuola.

Pedagogie e scelte di campo

La necessità di non intrappolarci nell’ottica binaria (della lotta tra buoni e cattivi) e restare nella complessità, non ci esonera dalla necessità di fare scelte di campo. Prima di tutto sul tipo di pedagogia a cui vogliamo ispirarci.

Durante l’anno è venuto più volte a galla il riferimento a quel filone pedagogico antico e radicato, che nelle sue realizzazioni peggiori ha meritato l’appellativo di “pedagogia nera”.[14]

Intendendo con questo termine (non scientifico e  sicuramente molto dispregiativo) quegli episodi, nemmeno tanto sporadici, verificatisi nel corso dei secoli in cui un certo approccio pedagogico è  degenerato, con episodi di violenza sadica e palesemente biasimevole,  portando in alcuni casi anche alla morte o a gravi mutilazioni degli educandi. Tristi esperienze pedagogiche che riescono però a mettere meglio in luce le convinzioni alla base di un filone di pensiero un tempo esplicitamente prevalente, quello che vede nella natura del bambino qualcosa di malsano, di “cattivo”, da piegare ad ogni costo: qualcosa a cui bisogna “spezzare le reni” nella più tenera età, altrimenti non li si recupera più.

Approccio basato su concezioni teologiche e filosofiche peccatocentriche, ma che hanno avuto tanta applicazione nei sistemi educativi di ogni dove.

Sembrano echi lontani, ma se si guarda a quel che succede ancora oggi nelle scuole prevalenti, queste convinzioni sembrano essere ancora alla base di atteggiamenti e comportamenti di molti docenti. In una scuola dove la scolarizzazione coincide con la capacità di rimanere seduti otto ore dietro a una sedia, la scuola serve ancora a “piegare la natura” del bambino.

Pur essendo necessario integrare parte di quell’approccio con una modalità educativa che spesso è sfociata verso l’amicismo, nel  lassismo, nello spontaneismo sterile, nel tutto va bene  (magari quello stesso descritto dal già citato  Matteo Lancini) di tanti esponenti della scuola attiva, è necessario decidere da che parte stare.

Noi vorremmo riuscire a non stare né dalla parte della “pedagogia nera”, né da quella del “maestro compagnone”.

Senza voler ricadere anche noi nei dualismi, ci preme però lanciare un accorato appello: rendiamoci conto di quando stiamo, in un modo o nell’altro, facendoci prosecutori della pedagogia nera. Tanto come docenti, che da  attivisti culturali, politici, volontari… Il nostro lavoro è teso “a spezzare le reni”  a bambini e ragazzi, cattivi e colpevoli per peccato originale? O riusciamo a “vedere” chi abbiamo avanti e entrarci in contatto in modo autentico? Qual è la tensione, il fine che spinge dal profondo la nostra azione educativa: un intento di liberazione o di dominazione ?

Il rimando insomma non può che essere al tipo di relazione indicataci dalla ricerca messa in campo in questi anni, quella ben descritta nel già citato testo   “Caccia al Tesoro”, e  ispirata all’Agape.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Riprogrammazione operativa 2026-2027

 


La proposta operativa del Centro Territoriale Mammut

                         

La nostra proposta, come dal 2027, si rifà alle metodologie della ricerca azione, che nella loro diversità, mantengono il processo improntato a queste fasi:

  1. Immersione e Ascolto del campo e analisi dei bisogni
  2. da cui nasce il programma di ricerca azione
  3. dalla ricerca  azione messa in campo  nasce la riprogrammazione
  4. dalla riprogrammazione nascono nuove azioni (e le restituzioni teoriche, come questa)
  5. dalle nuove azioni nasce la nuova ricerca.

 

1. Laboratori pomeridiani per bambini

Non più agganciati ai compiti scolastici, tre aree di lavoro:

  • Corpo e non verbale
  • Lettura e scrittura
  • Gioco e spazio pubblico

L’anno prossimo ci saranno cicli trimestrali per ciascuna di queste aree, i 3 pomeriggi della settimana, dove i bambini del territorio potranno decidere di iscriversi liberamente e, anche alternativamente. Sempre in gratuità.

Metodologia
Pedagogia attiva, ricerca-azione, Gestalt, Analisi Transazionale, pedagogia cooperativa, gioco e laboratori espressivi.

Obiettivi
Rafforzare competenze trasversali, motivazione, autonomia, lavorare sul ciclo di contatto e offrire uno spazio libero da giudizio. Lavorare sui sistemi di appartenenza.

Logistica
Piazza Giovanni Paolo II e Centro Territoriale Mammut, con utilizzo anche degli spazi esterni.

2. Rafforzamento dell'intervento biopsicosociale nelle scuole

Tempistica
Percorsi attivati durante l'anno scolastico: incontro iniziale, osservazioni in classe, supervisione ai docenti, programmi di formazione e ricerca azione conseguenti.

Metodologia
Osservazione partecipante, consulenza psico-pedagogica, coprogettazione e percorsi in affiancamento; nelle scuole, al CT Mammut o in altri spazi della città-

Obiettivi
Migliorare il clima di classe e sostenere i docenti nella gestione delle criticità.

Logistica
Scuole e enti educativi.

3. Consolidamento Sportello Biopsicosociale CT Mammut

Tempistica
Attivo tutto l'anno su appuntamento.

Metodologia
Primo ascolto, valutazione, sostegno psicologico breve, orientamento e lavoro di rete. Organizzazione momenti di scambio e riflessione pubblica.

Obiettivi
Accogliere il disagio e costruire percorsi integrati con famiglie e servizi. Potenziamento della rete di supporto. Azione culturale tesa all’attuazione del modello biopsicosociale.

Logistica
Sede del Centro Mammut  e altre sedi.

 


4. Portierato sociale come rafforzamento dei dispositivi comunitari

Tempistica
Disponibilità continuativa degli spazi durante l'anno.

Metodologia
Accompagnamento di cittadini, gruppi e associazioni nella realizzazione di iniziative comunitarie.

Obiettivi
Favorire partecipazione e rivitalizzazione in Piazza Giovanni Paolo II,  cura dei beni comuni e reti territoriali.

Logistica
Centro Mammut e Piazza Giovanni Paolo II.

Teatro e Psicologia

Tempistica
Incontri settimanali annuali.

Metodologia
Integrazione tra pratiche teatrali e psicologia di gruppo con possibilità di colloqui individuali.

Obiettivi
Promuovere espressività, consapevolezza e appartenenza.

Logistica
Centro Mammut e spazi teatrali.

 


6. Laboratorio presso il carcere di Secondigliano

Tempistica
Ogni venerdì mattina.

Metodologia
Attività esperienziali, riflessione di gruppo e pratiche narrative.

Obiettivi
Favorire responsabilizzazione e reintegrazione sociale.

Logistica
Casa Circondariale di Secondigliano.

7. Documentazione e scrittura

Tempistica
Trasversale a tutto l'anno.

Metodologia
Giornale murale, corrispondenza Freinet, riviste L'APE e Il Barrito dei Piccoli, psicologia narrativa.

Obiettivi
Trasformare l'esperienza in conoscenza condivisa.

Logistica
Centro Mammut, scuole e territorio.

8. XX Mito del Mammut

Tempistica
Evento conclusivo di fine anno.

Metodologia
Grande gioco urbano con teatro, laboratori e installazioni.

Obiettivi
Restituire pubblicamente il lavoro svolto e rafforzare la comunità.

Logistica
Piazza Giovanni Paolo II di Scampia.

 

 

[1] Lancini, M. (2023). Sii te stesso a modo mio. Essere adolescenti nell’epoca della fragilità adulta. Milano: Raffaello Cortina Editore.

[2] Perls, F. S. (1977). La terapia gestaltica parola per parola. Roma: Astrolabio-Ubaldini

[3] Volponi, P. (1965). La macchina mondiale. Milano: Garzanti

[4] Horkheimer, M., & Adorno, T. W. (1947). Dialettica dell'illuminismo. Torino: Einaudi

[5] Apple, M. W. (1979). Ideology and Curriculum. Boston: Routledge & Kegan Paul e Bowles, S., & Gintis, H. (1976). Schooling in Capitalist America: Educational Reform and the Contradictions of Economic Life. New York: Basic Books.

[6] Zoppoli, G. (a cura di), & Centro territoriale Mammut. (2025). Caccia al tesoro. Potere, invisibilità e ciò che si impara con i bambini. Milano: Altreconomia.

[7] Rastello, L. (2014). I buoni. Milano: Chiarelettere ma anche l’intera opera de “Lo Straniero” diretta da Goffredo Fofi fece luce su questo aspetto con grande competenza e passione civile.

[8] Dolci, D. (1988). Dal trasmettere al comunicare. Trapani: Sicania; Milani, L. (1965). L'obbedienza non è più una virtù. Firenze: Libreria Editrice Fiorentina

[9] Lowen, A. (1970). Il piacere. Un approccio creativo alla vita. Roma: Astrolabio-Ubaldini

[10] Karpman, S. B. (1968). L’analisi del copione drammatico. In: Transactional Analysis Bulletin, 7(26), 39-43.

[11] Engel, G. L. (1977). Il bisogno di un nuovo modello medico: una sfida per la biomedicina. Science,

[12] Morin, E. (1999). La testa ben fatta. Riforma dell'insegnamento e riforma del pensiero. Milano: Raffaello Cortina Editore.

[13] Panikkar, R. (1993). La nuova innocenza. Milano: Servitium.

[14] Miller, A. (1980). La persecuzione del bambino. Le radici della violenza. Torino: Bollati Boringhieri.

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