Il sociale al tempo della crisi
Anche quest’anno i gruppi e le associazioni che si sono incontrati in questi anni intorno a Corridoio (una piccola rete a supporto di viaggi di formazione per adolescenti di diverse città) e con l’intento di lavorare, ognuno nel suo contesto ma cooperativamente, sul tema del “metodo” (per la costruzione di contesti educativi), hanno avviato, all’inizio dell’autunno, un gruppo di ricerca dedicato al “sociale al tempo della crisi”. L’ipotesi di partenza, quella da verificare con le azioni e la ricerca, è che “la crisi”, senza nascondersi le enormi ingiustizie sociali che sta determinando, debba essere osservata con sguardo libero, valorizzando anche le possibilità che essa porta con sé di correggere alcune delle storture della cultura, degli strumenti e dell’organizzazione del lavoro sociale.
La crisi non riguarda tutti in egual misura, non è una calamità imprevista che colpisce ciecamente come le pestilenze: per molti suoi aspetti è l’ultima di una serie di aggressioni di cui sono chiaramente identificabili “vittime, carnefici e spettatori”. È bene premetterlo, per evitare che una certa ingenuità culturalista cercando le cause ultime si dimentichi di quelle “prime”. Ma nello stesso tempo il rischio che il welfare, come l’abbiamo conosciuto finora, possa crollare dal giorno alla notte non può rappresentare un ricatto per dimenticarsi tutto quello che del welfare combattevamo anche prima della crisi: alienazione, tecnocrazia, inefficacia o peggio, per dirla con Illich, “controproduttività specifiche”: una scuola che rende ignoranti, una sanità pubblica che genera malattie, un’assistenza sociale che rende dipendenti e distrugge la capacità delle comunità a provvedere autonomamente ai propri bisogni e alle proprie necessità.
La modalità della ricerca avviata è la stessa adottata nei tre anni precedenti (e confluita nel testo collettivo Come partorire un Mammut): da una parte appunto la ricerca, dall’altra l’azione. Le azioni consistono nelle diverse forme con cui i gruppi di ricerca locali stanno mettendo in piedi attività sostenibili e cooperative anche senza una copertura finanziaria completa (come il lavoro parallelo con i bambini per la liberazione di spazi pubblici a Napoli e Pistoia, o come la cooperazione didattica fra scuole di italiano per stranieri a Scampia e Nonantola). La ricerca invece, prende la forma di incontri di formazione, focus group, interviste, piccole inchieste e interventi pubblici su diversi media (riviste, radio e altro).
La considerazione condivisa è che non si potrà più andare avanti come il sociale è andato avanti sinora. Ci troviamo coinvolti in una rottura epocale che riguarda solo marginalmente il lavoro educativo e sociale. Di fronte a questa rottura ci possono essere due atteggiamenti (e l’uno non esclude l’altro): quello di denunciare sindacalmente o fare pressioni politiche per tentare di arginare una situazione di disequilibrio che potrebbe travolgere non solo le fasce sociali più vulnerabili ma anche coloro che in questi anni si sono occupati professionalmente di loro. Dall’altra, senza dimenticarsi tutto quello che del sociale (della sua cultura, dei suoi strumenti, dei suoi effetti) non ci piaceva anche prima della crisi, iniziare ad inventarsi un modo diverso di occuparsi di chi sta peggio. Modi diversi di fare società e di fare scuola.
Nasce anche da qui lo sforzo di reazione che ci ha spinto a organizzare lo scorso 7 dicembre al Mammut un incontro pubblico per socializzare questo “progetto di ricerca” e per condividere, sottoponendole anche alla critica di chi studia da anni questi temi, le nostre ipotesi. Iniziamo da oggi a pubblicare la trascrizione dei contributi portati alla tavola rotonda. Alcuni saranno ospitati sul numero di febbraio-marzo della rivista Gli asini e sul suo sito (www.gliasinirivista.org). Il “sociale” di cui si è iniziato a parlare – e già questo è un punto fermo per lo scenario “dopo la crisi” – non è solo quello che riguarda la marginalità, l’esclusione e tutto ciò che, nel corpo sociale, si pretende “malato”, ma anche tutti quegli ambiti intorno a cui è possibile e urgente tentare di costruire nuove ipotesi di comunità: la costruzione sociale della città, la scuola e i luoghi della formazione, la difesa dell’ambiente, i modi di curarsi, di nascere, di morire. (Il Centro territoriale Mammut)