Ipotesi di una ricerca azione condivisa sul "sociale in tempi di crisi"

 

Il lavoro di ricerca-azione che la rete Corridoio intraprende (e propone a chi si sta ponendo interrogativi simili) su “il sociale in tempo di crisi” punta ad iniziare a raccogliere idee, visioni, strumenti e proposte per le politiche sociali degli anni che ci aspettano.

Su scala intermedia e in un raggio d’azione controllabile e alla nostra portata vogliamo fare quello che abbiamo fatto in questi ultimi quattro anni in relazione al “metodo”: guardarci intorno, studiare il contesto, prendere le indicazioni necessarie da alcuni “maestri” che hanno riflettuto e lavorato intorno a questi temi, scovare e far conoscere le esperienze già esistenti che ci sembrano di maggior interesse, ma soprattutto produrre delle ipotesi, sperimentarne l’efficacia attraverso piccoli interventi coordinati a livello nazionale, condividerne esiti e fallimenti, miscelare e rimescolare le intuizioni del passato in funzione del presente e delle situazioni che ognuno di noi ha in atto.

 

La domanda da cui partiamo e a cui la ricerca dovrebbe suggerire alcune risposte è la seguente: può la crisi aiutarci a immaginare ipotesi nuove di organizzare i rapporti sociali, in cui i cittadini, quando ne hanno il potere e la capacità, sono parte attiva nella risoluzione dei problemi e nello sviluppo delle possibilità collettive, come base di politiche sociali più sostenibili, giuste ed efficaci?

Per tentare qualche piccola ma credibile risposta a una domanda così ambiziosa, lo schema di lavoro che i gruppi della rete Corridoio di Pistoia, Bologna, Napoli e Modena si sono dati prevede:

1. la definizione di un elenco condiviso di “domande-ipotesi di partenza” su alcuni cambiamenti positivi che la crisi potrebbe alimentare nel lavoro educativo e sociale;

2. un piccolo lavoro di inchiesta sul proprio contesto: quali sono stati i tratti caratterizzanti le politiche sociali nel proprio territorio? Quali cambiamenti stanno avendo sulla spinta della crisi economica? Quali esempi positivi già esistono che possano offrire una risposta efficace al periodo di ristrettezze e tagli che ci aspetta?

3. piccole sperimentazioni in ognuno dei nodi della rete, dove non saranno messe in piedi iniziative ad hoc, ma verranno lette quelle già esistenti alla luce delle domande di ricerca;

4. una verifica del cambiamento (nella capacità di attivazione e di autogestione e nella sostenibilità e nell’efficacia delle politiche sociali coinvolte) imputabile alle sperimentazioni attuate;

5. la produzione di un documento di ricerca con cui divulgare e “disseminare” intuizioni, acquisizioni, fallimenti e obiettivi raggiunti.

Domande-ipotesi di cambiamento

Quello che segue è un primo provvisorio elenco di domande, sotto forma di “ipotesi”, relative ad aspetti dell’organizzazione, degli strumenti, della cultura del lavoro sociale su cui la crisi, se affrontata nel modo giusto, potrebbe generare effetti positivi. È frutto di un confronto tra alcuni rappresentanti della rete Corridoio avvenuto, sulle colline bolognesi, nell’ottobre di quest’anno.

Come ipotesi sono state formulate, come ipotesi vanno lette e come ipotesi dovremo iniziare a metterle alla prova degli interventi sociali e educativi che ognuno di noi ha in atto.

Questioni di carattere generale

- Per “sociale” non è auspicabile né sostenibile intendere principalmente la marginalità, gli esclusi, i deboli, gli “ultimi” e chi si occupa di loro (anche se è innegabile un certo primato nell’interesse per gli “oppressi” e per le cause della loro oppressione, chiavi di lettura fondamentali per comprendere il vero funzionamento di una società). Il termine “sociale” deve essere restituito alla “società” nel suo complesso, agli ambiti della vita che non possono essere appaltati completamente a soggetti terzi o a istituzioni impersonali, agli ambiti intorno a cui è necessario tentare di costruire nuove ipotesi di comunità: ci riferiamo all’assetto urbanistico e agli spazi fisici delle città, ai processi di formazione, ai sistemi di protezione e di cura, alla difesa dell’ambiente, all’incontro fra culture, ai modi di curarsi, di nascere, di morire…

- È necessario reimpostare il welfare non principalmente sulla base di rivendicazioni sindacali (peraltro sacrosante, in certe situazioni), non sulla base della difesa di posti di lavoro, né infine su logiche di concorrenzialità (che hanno portato al meccanismo deleterio degli appalti al ribasso). La crisi potrebbe portare a una riorganizzazione del welfare, sottraendo, piuttosto che ampliando, la delega al sociale a vantaggio di settori altrettanto centrali in un’ottica di giustizia sociale: l’urbanistica, la cultura, l’ambiente, le politiche del lavoro. Più il welfare si allarga, più contribuisce a costruire una rappresentazione di sé e dei suoi assistiti solo in termini di emergenze e problemi.

- La crisi potrebbe portare a un certo positivo restringimento del “sociale” inteso alla vecchia maniera, ovvero a quei sistemi di cura, protezione, prevenzione e educazione iperprofessionalizzati, burocratici e impersonali. L’importante è che tale restringimento non avvenga solo sotto la pressione dei tagli e di un’austerità cinica e ingiusta, né sotto la spinta cieca dell’accaparramento delle ultime risorse avanzate, quanto nel maggior grado di consapevolezza tanto da parte delle istituzioni che della società civile e delle professioni del sociale. Nel periodo molto duro che ci attende, dovremo saper guidare questi processi sulla spinta della creatività, della giustizia sociale e della libertà.

Le risorse che continueranno a diminuire e la mentalità che continuerà a rimanere invariata: ecco la cosa peggiore che potrà capitare. Lo scenario che dobbiamo in tutti i modi scongiurare è il mantenimento degli stessi strumenti, degli stessi meccanismi, della stessa cultura del sociale a fronte di una drastica riduzione delle possibilità economiche. Questo si tradurrebbe in un drammatico elenco selettivo di chi potrà stare dentro e chi dovrà stare fuori.

- Una parola sulla “creatività” dell’intervento sociale, dato che la useremo con insistenza, è necessario spenderla. La creatività (insieme a una buona dose di spinta ideale, lucidità e senso critico), dovrebbe costituire una costante del lavoro sociale e educativo, non una carta da giocarsi in epoca da vacche magre. Se è solo nella ristrettezza e come estrema ratio che gli educatori spendono la carta della creatività, essa e loro diventeranno più di quanto già non siano tappabuchi utili al cinismo con cui i tagli infieriranno sulle classi e le situazioni più svantaggiate.

- Capovolgere l’alibi del “servizio essenziale” con cui le amministrazioni rischiano di abdicare a una reimpostazione complessiva e organica del loro intervento. Il “servizio essenziale” (chi stabilisce qual è: donne vittima di violenza, minori in affido extra-familiare, tossicodipendenti, malati mentali…?), che rischia di tradursi nelle briciole conservate per le marginalità estreme, dovrebbe diventare a maggior ragione in epoca di crisi, il potenziamento del benessere ordinario per tutti.

- Riduzione di sprechi e di burocrazie inutili: non è la ristrettezza economica che la rende necessaria. Lo era anche in fase di benessere economico. Ne va dell’efficienza e dell’intelligenza del lavoro educativo.

- Rottura delle categorie che settorializzano gli ambiti dell’intervento sociale: rischio devianza, disagio psichico, stranieri, adolescenti, per citare solo quelle più usate, sono le categorie con le quali le accademie, le istituzioni, pubbliche o del privato sociale, i bandi che veicolano i finanziamenti isolano una porzione di realtà con l’illusione di “curarla” come una parte malata del tutto. Alienando l’individuo da sé stesso e il corpo sociale dagli uomini e le donne di cui è composto.

- Ridefinizione del rapporto, della divisione di ruoli e delle responsabilità proprie del servizio pubblico, del privato sociale e della società civile. Di ciò che deve rimanere servizio pubblico e non può essere appaltato al privato sociale.

Ormai la distinzione tra i due ambiti è regolata solo da differenze di contratto e condizioni lavorative, più solide, almeno finora, per il primo, più flessibili ed economicamente vantaggiose quelle di cooperative e associazioni a cui vengono sempre più spesso esternalizzati i servizi.

La differenza, il quid che dovrebbe identificare pubblico, privato e società civile, ancora una volta, dovrebbe passare dalla qualità e dalle caratteristiche del servizio: alcuni interventi devono essere lasciati alla società civile perché sono in grado di raggiungere obiettivi ed efficacia che a un intervento pubblico sarebbero preclusi, e non perché così il pubblico può abbassare le spese in bilancio e destinarle a scopi di dubbio valore pubblico.

Questa è l’unica “sussidiarietà” che vale la pena contemplare e alimentare. Non quella di basso conio che si sente propagandare in questo periodo.

- Un nuovo e più corretto equilibrio tra “autogestione” e intervento specializzato: c’è un ampio ordine di problemi che dovrebbe essere nelle possibilità dell’individuo risolvere in autonomia, un ordine che potrebbe beneficiare molto di più di nuove e fondamentali forme di mutualismo e auto-aiuto e un ordine infine che necessita di professionalità e interventi istituzionali specializzati. Questa scala dei “problemi” non per forza corrisponde a unità di complessità crescente: è la tipologia delle questioni di interesse sociale che necessita e invita a forme di risposte diverse, nell’ottica generale di un continuo potenziamento dell’autodeterminazione dei singoli e delle comunità con cui i singoli scelgono di condividere impegni, responsabilità e forme di sostegno e aiuto.

- Uno degli effetti più negativi che il lavoro sociale ha più o meno consapevolmente alimentato negli ultimi anni è la percezione diffusa di vivere in una situazione di pericolo. Solo con un lavoro capillare, preventivo, suadente e “progressista” delle professioni del sociale (insieme a quello, conservatore, della pubblica sicurezza) si pensava di arginare fenomeni di dissidenza, insubordinazioni metropolitane, conflitti dei più poveri contro i più abbienti. Con una serie di dinamiche che dall’11 settembre a oggi hanno continuato ad alimentare l’ansia e la percezione di insicurezza diffusa, il lavoro sociale sarà costretto, di fronte alla crisi, a imboccare una strada o l’altra: o dare un giro di vite e subordinare più di quanto non abbia fatto sinora le sue prestazioni all’ansia nevrotica di sicurezza del territorio in cui opera, o al contrario alimentare, fertilizzare, far incontrare le possibilità che offre l’ordinario, smarcandosi dal ruolo che si è lasciato lentamente cucire addosso di “pronto intervento” (o intervento preventivo) per le emergenze. Abbiamo assistito in questi anni a un lento e iperbolico ampliarsi di ciò che consideriamo “eccezionale” a scapito di un restringimento anoressico di ciò che dovremmo considerare “normale”. Da una prospettiva di mediocrità, ogni devianza dall’ordinario appare eccezionale.

Questioni inerenti alla figura e alla cultura dell’educatore

- La crisi potrebbe portare presto educatori e operatori sociali all’interno della stessa “fascia debole” in cui si trovano i loro assistiti. Questo potrà tirar fuori cinismi e opportunismi necessari ad alimentare il rapporto di minorità e dipendenza (che solo può garantire un certo mercato del lavoro sociale), oppure, sulla spinta di un’imprevedibile “solidarietà di classe”, potrà costringere a un ripensamento profondo della figura e del ruolo dell’operatore sociale.

- Senza uno sguardo onesto e lucido sugli effetti che producono le loro pratiche e la loro cultura, senza il recupero del “lavoro di comunità”, dello spirito di ricerca e di uno sguardo critico, educatori, assistenti sociali, insegnanti, psicologi, logopedisti rischiano, soprattutto in epoca di crisi e per conservare status e posti di lavoro, di diventare lo strumento più efficace a cui la società delega il controllo di una porzione di esclusi sempre maggiore e con cui soffoca i conflitti e le contraddizioni reali alla base della loro emarginazione e della loro esclusione.

- Il restringimento del sociale che la crisi comporterà potrebbe generare l’effetto positivo – se lo sapremo alimentare – di una minor “cultura della presa in carico” a vantaggio della capacità di creare, scoprire o connettere occasioni che prescindono dall’educativo secondo quella funzione da “regia educativa” che ci sembra molto più fertile di possibilità, rispetto all’educatore-imbonitore-controllore che tanti di noi sono stati costretti ad essere.

- La responsabilità è uno degli aspetti più importanti in una relazione educativa e al contempo uno di quelli più impediti dall’attuale organizzazione del lavoro sociale. Le forme in cui servizi sociali, scuola, cooperative sociali, servizi sanitari si sforzano di ridurre al minimo ogni rischio (togliendo di conseguenza responsabilità individuale agli operatori o spingendo gli operatori a delegare responsabilità alla struttura a cui fanno riferimento) sono proporzionali ed equivalgono al doping con cui la finanza in questi anni ha gradualmente stravolto l’economia reale nel nome irragionevole e ingiusto della certezza del profitto. Il profitto come il buon esito di una relazione educativa non possono essere processi dagli esito certi né programmabili. Iperburocratizzazione del lavoro sociale e speculazione finanziaria hanno generato due “irrealtà” da cui stiamo avendo un brusco risveglio.

- Strettamente collegata all’idea di responsabilità è quella relativa all’intelligenza educativa. Il richiamo alla responsabilità non nasce solo da un’istanza etica. È prima di tutto legato all’intelligenza dell’intervento in sé. E quindi alla sua efficacia. Secondo la lezione di Dewey la scientificità del lavoro educativo nasce dal fatto che la pedagogia, come tutte le scienze, non dovrebbe muovere da dogmi o autoritarismi (delle idee dei “maestri” e dei rapporti di potere) ma dal maggior grado di adesione alla realtà in una situazione data. C’è evoluzione del pensiero e quindi reale apprendimento, sia in chi educa che in chi è educato, solo a condizione che facciamo esperienza di qualche cosa, a condizione cioè che ci prendiamo la libertà di stare di fronte a una situazione problematica (un bambino che fatica ad apprendere, un insegnante che fatica a insegnare, un assistente sociale che si trova di fronte a tentato suicidio di un adolescente…) di ipotizzare una strategia di intervento, di attuarla, assumendoci i rischi del caso e di verificarne gli effetti. Perché questo processo abbia corso e l’intelligenza dell’intervento possa dispiegarsi è fondamentale che ci prendiamo tutta la responsabilità della strategia messa in atto. Certamente non da soli, quando è necessaria un’architettura più complessa, ma nemmeno completamente adombrati dalle procedure, dalle gerarchie interne al servizio per cui lavoriamo, dai programmi ministeriali che come insegnanti siamo tenuti ad attuare, dalle procedure che proteggono un medico dalle denunce di un paziente, dalla parcellizzazione dei ruoli con cui servizi sanitari e sociali intervengono proprio in quelle situazioni la cui complessità necessiterebbe un grado di coerenza e unitarietà maggiore.

- La rivendicazione dell’intelligenza e della responsabilità nel lavoro educativo e sociale è importante tanto quanto e forse di più di quella contrattuale. Valgono per esso le stesse prerogative che rendono “umano” e quindi accettabile qualsiasi lavoro e che Simone Weil, pensando al lavoro in fabbrica, ne La condizione operaia definiva in questi termini: “Bisogna che possano mettere in azione le facoltà che nessun essere umano normale può lasciar soffocare in se stesso senza soffrire e senza degradarsi: l’iniziativa, la ricerca, la scelta dei procedimenti più efficaci, la responsabilità, la comprensione dell’opera da compiere e dei metodi che debbono essere impiegati.”

- In passato è stato necessario rompere il vetro autoritario e manipolatore fra educatori e educandi, fra operatori e assistiti. Questo ha determinato quella fase, circoscritta ma fondamentale, del passaggio dal lavoro “per” (lo straniero, i bambini, gli handicappati…) al lavoro “con”. Ora tale passaggio, non è a nostro avviso più sufficiente. Nella routine con cui lo usiamo e vi costruiamo sopra i nostri progetti educativi, rischia di delimitare la stessa paternalistica distanza tra “noi” e “loro”. Di fronte alle questioni di interesse collettivo e agli ambiti essenziali del vivere civile, ed escluse le situazioni che necessitano di un intervento specialistico e al limite anche assistenziale, “noi e loro” possiamo e dobbiamo essere realmente sullo stesso piano e in possesso, sebbene declinati in modi diversi, dello stesso grado di responsabilità, di diritti e di doveri.

- Il restringimento del cordone della borsa potrebbe aiutare a ridefinire il rapporto fra il lavoro sociale e il denaro. Non c’è, a priori, incompatibilità tra i due, così come non è illegittimo e immorale vendere un servizio e guadagnare dal proprio lavoro educativo e sociale. Molto più ambiguo è stato in questi anni lo sviluppo di strutture burocratiche costose e inefficaci con cui l’associazionismo, il volontariato, la cooperazione hanno svenduto per un piatto di lenticchie (ma anche per posizioni di prestigio personale o “di famiglia”) i valori di solidarietà, di critica e di giustizia che ne avevano fondato l’origine.

A differenza di una certa ingenuità moralistica con cui abbiamo spesso guardato la questione, il guadagno dovrebbe essere più legato (e proporzionale) alle competenze e alle passioni necessarie a rendere efficace un intervento educativo o sociale, che alla complessità del contesto in cui si opera.

- Non è sufficiente stare nelle situazioni senza uno spirito di ricerca e una tensione al cambiamento. Questo tipo di “stare con”, seppur mosso dalle migliori intenzioni e dalla spinta a condividere con gli oppressi le condizioni della loro oppressione, non solo contagia gli educatori di quelli che Dewey considerava i mali peggiori della pratica pedagogica (l’abitudine, l’ideologia e l’autoritarismo) ma rischia, a maggior ragione in epoca di crisi, di rendere gli operatori meri strumenti di controllo sociale.

- Competenze e passioni: sono questi i due tratti che devono caratterizzare la formazione degli educatori e degli operatori sociali. Vaghi afflati di solidarietà e di trasporto verso i deboli non sono motivazioni sufficienti per svolgere il lavoro di educatore. La fragilità di queste motivazioni è stata una delle cause antropologiche della parabola discendente dell’associazionismo e del volontariato.

Si educa principalmente se si ha qualcosa da trasmettere. E si ha qualcosa da trasmettere solo se si possiedono passioni autentiche e le competenze necessarie per farlo.

 

 
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