Periodico del Centro territoriale a Scampia - Mammut. Maggio 2010 anno II n. 7

 

Il quarto piano

di Paul Schweizer. Traduzione di Lavinia Azzone

Volevo dipingere una parete con i bambini. Ma il punto non era solo dipingere. Era anche importante che capissero che è possibile cambiare l'ambiente in cui si vive secondo il proprio gusto. Ma per poter fare ciò è necessario innanzitutto osservare consapevolmente e con occhi diversi il proprio ambiente.

Ai miei occhi di pittore, una città è costituita di pareti con qualità proprie. Possono essere grandi, piccole, di calcestruzzo, metallo, legno, sporche, pulite, possono trovarsi al livello della strada, oppure essere raggiungibili solo con scale o corde. Poi è fondamentale vedere la parete nel suo contesto. Un muro in una periferia povera di una grande città sarà forse circondato da montagne di immondizia e già pieno di scritte, mentre uno al centro della stessa città viene magari pitturato a nuovo ogni sei mesi, il marciapiede ripulito ogni giorno, e il muro preventivamente risparmiato dai graffitari per la paura che sia vigilato da una telecamera di sicurezza.

Scampia è un deserto incustodito di cemento. Di mura grigie che stanno lì solo per essere imbrattate di pittura ce ne sono in abbondanza. Chiediamo a un paio di bambini, rom e napoletani, se hanno voglia di partecipare al nostro “progetto” e se gli viene in mente un muro su cui avrebbero voglia di dipingere. Ne esce qualche buona idea, ma più di tutte mi affascina quella di Angelo.

Insieme a un paio di fratelli e alla madre sola, vive nella Vela gialla. La Vela in cui abitano ancora poche famiglie. A lui viene in mente di andare in uno degli appartamenti abbandonati e dipingere lì.

Mi piace la proposta, quindi vado a trovarlo a casa. Sua madre insiste perché prenda un caffè. Poi Angelo mi mostra la “sua” Vela.

I piani bassi sono in parte ancora abitati, ma anche da lì molte famiglie hanno traslocato negli ultimi tempi. Da quando nella Vela sono avvenuti gli ultimi arresti e non si vende più, per le persone non c'è più né sicurezza né lavoro. E quindi nessun motivo di rimanere. Chi ha la possibilità di andarsene, lo fa. Ai piani più alti tutti gli appartamenti sono vuoti. In molti non ci sono più le scale che ne rendevano possibile l'accesso. Il Comune non si preoccupa di impedire che nuova gente si trasferisca lì, perché nel giro di un paio di anni le Vele dovranno essere abbattute.

Gli appartamenti in cui si può entrare raccontano migliaia di storie. Si accumulano montagne di immondizia, giocattoli impolverati, mobili in pezzi, siringhe. Dai poster ancora attaccati alle pareti ti osservano, anche loro ingrigiti dal tempo, gli idoli e i santi dei vecchi residenti: i Back street boys, Eros, la Vergine Maria...

In alcuni armadi le grucce reggono ancora vecchi vestiti. Pasta e barattoli di salsa sono ancora stipati in abbondanza in alcune cucine. Sembra che le persone che abitavano qui abbiano traslocato in tutta fretta. Se ne sono andate, ma hanno lasciato la loro vita, forse per cominciarne una nuova altrove. Molte porte e finestre sono chiuse da lucchetti. Molte scale sono state murate per rendere più difficile l'ingresso alla polizia. Dalle grondaie e dai condotti non stagni gocciola l'acqua fin nei sotterranei. Tra le due ali della Vela lo sgocciolio si unisce all'urlo della madre che chiama i figli a mangiare in un sottofondo molto particolare, che rafforza il sentimento di disagio di chi per la prima volta entra nella Vela.

Angelo mi fa fare il giro di tutta la costruzione. Io sono decisamente affascinato, ma anche scosso. Lui è contento di potermi mostrare il suo piccolo regno. Accanto al suo interno, troviamo un appartamento e siamo d'accordo di metterci a dipingere lì insieme gli altri bambini. Per lo meno ritengo possibile, una volta rimesso in ordine e ripulito, far entrare senza pericolo un buon numero di ragazzini. Dopo un paio di giorni ci incontriamo di mattina per metterci a lavoro. Per tutto un pomeriggio spostiamo i vecchi mobili e l'immondizia in due stanze dell’appartamento, barricandole alla meno peggio con quello che rimane delle porte. Durante queste operazioni siamo costretti a stare molto attenti, perché in tutto quel caos ci sono anche siringhe e sangue. Quando finiamo di riordinare entrambe le stanze e una parte del balcone, spazziamo il pavimento per liberarci della polvere.

A quel punto, un posto lo avevamo trovato. Ci mancava ancora un soggetto comune. Qualcosa che unisse i singoli disegni dei bambini. Era importante che non fossi io decidere il soggetto, ma al tempo stesso pensavo fosse necessaria un'idea che li accomunasse, uno spunto da cui partire. I bambini dovevano rendersi conto che i loro disegni sarebbero stai più di semplici colori su una parete. Che con i loro disegni potevano influenzare il loro ambiente e al tempo stesso reclamare dello spazio per sé.

Che cosa si doveva fare perché i bambini fossero a loro agio in quest'appartamento? Come lo avrebbero arredato, quali oggetti ed esseri viventi si sarebbero augurati di trovare in quello spazio? La risposta a questa domanda si trova al quarto piano della Vela gialla di Scampia: fiori, animali domestici, strumenti musicali, una cucina tutta attrezzata, diversi giochi, libri, un televisore, un letto, una doccia, finestre dalle quali si può ammirare un cielo senza nuvole…

Mentre siamo con i bambini nell'appartamento vengono molti abitanti della Vela, stupiti della nostra presenza, a informarsi su cosa stiamo facendo. Nessuno si lamenta. Molti ci offrono il loro sostegno e ci invitano a casa per un caffè. Con il tempo vengono sempre più bambini a dipingere o solo a vedere cosa succede lì dentro. L'appartamento è aperto a tutti.

Quando non vado per qualche giorno, mi accorgo che qualcun altro, passando di lì, aggiunge qualche particolare ai disegni. Dopo un paio di mesi l'appartamento è ancora in perfetto stato, nessuno lascia immondizia in quello spazio, nessuno si mette ad accendere fuochi o imbratta i disegni.

Al ritorno in Germania provo a raccontare ai miei amici tedeschi che cosa abbia significato per me e per i bambini arredare questo appartamento di colori, ma mi rendo conto che le foto non sono sufficienti a spiegare quello che è successo e quanto di magico c’è nei loro disegni. Solo vedendo come i bambini usano gli oggetti che loro stessi hanno dipinto diventa chiaro.

Vincenzo guarda una partita di calcio in tv, e quando segnano, comincia a esultare.

Dani passa tutto il tempo a lavarsi le mani.

Baič cerca un libro nella libreria, si siede su una poltrona e comincia a leggere.

Fabiana si mette davanti allo specchio e si sistema i capelli.

 
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