Il Barrito del Mammut - Periodico del Centro Territoriale a Scampia - Mammut. Gennaio 2009, anno II numero 2


Non sono io che vado sul ring. Riflessioni pedagogiche di un maestro di pugilato

di Meo Gordini

incontro con Fulvia Antonelli

Rischia di essere anacronistico e fuorviante parlare oggi di sport popolari, mancando ormai da anni, almeno in questa parte del globo, il riferimento sociale che rendeva tale uno sport, uno stile di vita, un genere cinematografico o letterario: il popolo, appunto. È innegabile però che il pugilato rimanga una delle pratiche sportive che più valorizza la cultura della strada e la provenienza di classe di chi entra in palestra. Vissuto spesso come strumento di riscatto, il suo insegnamento si basa sull’artigianalità di maestri, quasi sempre ex pugili, capaci di costruire e affinare la tecnica intorno a nuclei di rabbia, dolore e fatica.

Sul valore pedagogico della boxe ci sarebbe molto da dire. E molto è stato detto e raccontato. Forse troppo se il Ministero dell’Istruzione da anni finanzia aggiornamenti e formazioni sul “pugilato educativo”. Ormai sappiamo che quando a una pratica, una disciplina, un’arte accostiamo l’aggettivo “educativo” o peggio “terapeutico” il loro reale e intimo valore curativo e pedagogico facilmente subiscono un processo di liofilizzazione. Per fortuna è sufficiente incontrare un maestro “vero” e immediatamente gli elementi costitutivi di quell’arte, di quella disciplina, di quella pratica riacquistano la loro dimensione originaria.

Bartolomeo, “Meo”, Gordini ha 62 anni. Ex pugile, da quasi 40 anni insegna pugilato dilettantistico a Ravenna. Molto noto nell’ambiente del pugilato emiliano e non, Meo Gordini è uno dei pochi maestri per cui il ring e la nobile arte della boxe sono prima di tutto una forma di educazione fisica e psicologica e lo sport una palestra di socializzazione e di rispetto di sè e degli altri.

È stato lui a spingere la Federazione pugilistica ad organizzare corsi per allenatori, aperti a detenuti e guardie carcerarie, nel carcere “Le Vallette” di Torino, e ad animare il dibattito in favore dell’entrata delle donne nelle palestre e nel mondo della boxe.

La sua filosofia educativa è molto semplice e concreta e trae sempre spunto dalla sua vita. Di questi e altri temi abbiamo parlato con lui nella Palestra Oberdan, dove insegna, in via Oberdan 6 a Ravenna.

Se incontri un pugile, incontri quasi sempre un tipo di umanità diversa. Il pugile è uno che si confronta con le sue paure, uno che lentamente impara a conoscersi. Altro che violenza. La società è violenta non la boxe.

Tutto è violento se non è “raccontato” bene. Un bambino che da piccolo vede i genitori fare l’amore si spaventa perché non è stato informato sull’amore. Il problema è come comunicare il pugilato. La boxe serve a capire, non a picchiare. A capire attraverso il dolore.

Io, paradossalmente, amo di più quei pugili che non ce l’hanno fatta. O almeno quelli che, pur non essendo diventati campioni, hanno imparato a godersi la vita attraverso la boxe, a viverla bene e come la desideravano.

Ho ancora rapporti con molti di questi “campioni mancati”. Ad esempio ricordo benissimo uno dei miei ragazzi che a scuola andava molto male. La madre mi diceva in continuazione: “ma che va a fare la boxe se va male a scuola!”. Frequentando la palestra ha cominciato ad “imparare”anche la scuola. Da tempo non l’ho più fatto combattere, se non a livello amatoriale, ma continua ad allenarsi. La cosa importante è che nella vita ora va alla grande, affronta pericoli e sfide, crede in quello che fa. Il pugilato può essere nocivo o fare bene: tutto dipende da come lo si fa. Io attraverso la boxe sono migliorato. Ho scoperto che mi potevo volere bene e così anche gli altri hanno cominciato a volermi più bene.

Un maestro deve saper comunicare e deve poter essere giudicato. Insegnare non vuol dire costringere a imparare, significa assistere. A scuola incontrai una persona straordinaria, una maestra che, quando ero agitato, mi diceva di andare al parco, anche durante le lezioni: “Bartolomeo vai a fare un giro in giardino e poi torna”. Io andavo in giardino e correvo e correvo fino a quando ritrovavo la calma e mi rimettevo a studiare. Lei, la maestra, l’aveva capito che quello era il mio modo di stare in classe. Lentamente, grazie a lei, ho compreso che la noia dovevo governarla.

Ci sono molti immigrati che frequentano la palestra. Alcuni lavorano nei bagni estivi a Ravenna, mettono a posto sdrai e ombrelloni. Pugili stranieri che cercano ostinatamente la dignità rispettandosi. Ma ci sono anche immigrati laureati e gente che economicamente sta molto bene. Il fascino del pugilato è questo. In un mondo dove la chirurgia estetica va sempre più per la maggiore, ci sono ancora i pugili. Questa cosa continua a sembrarmi incredibile.

Anche l’abitudine di dire allenatore non mi piace. Io non ti alleno, ti assisto. Sono una figura di secondo piano, al massimo ti do un consiglio. Ci sono allenatori che dicono “Abbiamo vinto” e poi dicono “Hai perso”. Invece si vince insieme e si perde insieme. Ma all’angolo io ti posso soltanto assistere, non sono io che vado sul ring. Rischiare la propria integrità fisica vuol dire che sei tu al centro del ring, io al massimo posso essere un supporto.

Se osservi due pugili che si allenano con colpi a vuoto, è bello vedere come si inseguono, come “dialogano”. Se metti altri due dietro ai primi osserverai che quelli dietro sono sempre scoordinati, perché non si osservano, non hanno riferimenti, non si guardando, hanno davanti solo schiene. Ho fatto provare questo esperimento alla Nazionale cercando di dimostrare che questo sport è fatto di sguardi, di dialogo, di contrappunti. La palestra deve essere come un’università: bisogna fare ricerca, non continuare a raccontarsi di Napoleone come i baroni dell’accademia.

Io discuto spesso con il preside di mio figlio. Quando una volta, poco tempo fa, gli ha dato tre giorni di sospensione, sono andato da lui per parlargli. E mentre lui era convinto che fossi andato là per giustificare mio figlio, io invece gli ho detto “Sono qui perché credo che la punizione debba essere esemplare. Se mio figlio passa tre giorni a letto è inutile, non è meglio fargli pulire il vostro giardino che è tutto sporco? Io chiedo che mio figlio pulisca i cessi!”

Sono convinto che senza agonismo, senza emozioni, senza competizione non ci sia gruppo, non ci sia pugilato. La palestra è fatta anche di emulazione, di imitazione, per questo servono obiettivi e modelli. Insomma parliamo di atleti e di sportivi. Però gli obiettivi possono essere anche interiori. Il pugilato non è fatto solo di tornei, di match, di campioni, è anche un insieme complesso di funzioni sociali e funzioni sportive, le cose si intrecciano. Molti pugili che alleno e ho allenato hanno trovato i loro obiettivi così, quando magari erano entrati in palestra per caso. Il pugilato è questo, tutte e due le componenti. Del resto la boxe è l’unico sport dove chi sbaglia paga, un pugile non è devoto a prendere pugni, non è un martire. Ma nello stesso tempo, uno dei suoi aspetti più profondi è che, nel cercare di governarlo e di controllarlo, ti confronti faccia a faccia con il dolore.

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Per saperne di più

Wacquant Loic, Anima e corpo: la fabbrica dei pugili nel ghetto nero americano, Derive e Approdi 2002

Baru-Thévenet, Verso l’America, Coconino 2002

F.X. Toole, Lo sfidante, Garzanti 2001

Joyce Carol Oates, Sulla boxe, e/o 1988

Martin Scorsese, Toro scatenato, Usa 1980

Leonard Gardner, Fat City, Fazi 2006

 
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