Barrito del Mammut - Periodico del Centro territoriale a Scampia - Mammut. Maggio 2010, anno II numero 7
La rotta del Barbeblanche. Spazi pubblici a Marsiglia
di Francesca Riva
ZUS, Zone urbane sensibili
Marsiglia, fino a qualche decennio fa uno dei più importanti porti del Mediterraneo, è bagnata dal Mediterraneo in tutta la sua estensione e offre il suo volto fiero, color pastis, al Maestrale, che mai si stanca di soffiare. Porta d’Africa per eccellenza fin dai tempi più remoti, nel corso degli anni Marsiglia si è creata un’identità rizoma, che ha le sue radici in mille altrove: nei Balcani, in Italia, in Algeria, in Marocco e con l’esodo dalle ex-colonie francesi, in Africa Orientale, nelle isole Comore, alla Réunion…
Come in tutte le città francesi i colori dei volti si confondono da generazioni dando origine a mille sfumature. Ma in alcuni quartieri più che in altri si concentrano le tinte forti ed è in queste zone che la Francia tenta di tenere al riparo da occhi indiscreti le sue contraddizioni più profonde. La Castellane è una di queste zone, uno dei quartieri più citati dalla cronaca francese, un po’ perché considerato zona “sensibile” della città (ZUS), un po’ perché luogo dove è cresciuto Zinedine Zidane, uno tra i tanti nordafricani che abitano le periferie francesi e uno tra i pochi riuscito ad uscire dal quartiere ghetto della K-stè, la Castellane.
La Castellane è una cité come molte altre: un agglomerato di edifici di pessima fattura uniti fra loro da sottopassaggi bui e rampe di scale labirintiche, di difficile accesso dall’esterno, poco servita da mezzi di trasporto, lontana dal centro e priva dei servizi principali. Si erge su una collina nella zona nord di Marsiglia, guarda da lontano la città e perde lo sguardo nel Mediterraneo.
La proprietà del suolo su cui sono costruite le HLM (abitazioni a basso costo) è di alcune multinazionali americane a cui lo stato ha svenduto tutto, con il risultato che non esiste un’interfaccia fisico al quale si possano presentare proposte o rivendicazioni di intervento sullo spazio. All’interno della cosiddetta cité vi si trovano solo un panificio, un paio di piccole botteghe, tre snacks, un unico bar, le corsaire, di nome e di fatto.
Le migliaia di famiglie che abitano il quartiere (in case assegnate dallo Stato) sono perlopiù di origine straniera e condividono più o meno tutte la stessa condizione socio economica: sussidio di disoccupazione, assegni famigliari o Rmi, reddito minimo di sopravvivenza. Retaggi di grandi conquiste del passato (il tanto citato “stato sociale”), forme di sussidio che a noi italiani paiono miraggi. Ma viene da chiedersi quanto l’appoggio statale rischi di produrre meccanismi con i quali da una parte si garantisce la sopravvivenza minima alle famiglie, dall’altra però si sottraggono loro possibilità reali per poter accedere a una emancipazione più piena (mobilità, lavoro, servizi).
Alla Castellane si nota una forte omogeneità socio-economica e le attività illecite, abbastanza diffuse nel quartiere, rappresentano per molti prospettive economiche più sicure rispetto alle interminabili code agli uffici di collocamento. L’eterogeneità resta nei colori, nei sapori, negli accenti, nelle musiche di quegli altrove ormai lontani ma che quasi nessuno smette di sognare.
Da 30 anni, al centro della piazza principale della cité, si erge il Centro sociale della Castellane, centro polifunzionale finanziato dalla Politique de la Ville, complessa struttura politica creata da Mitterrand alla fine degli anni ’80 per far fronte alle forti tensioni sociali emerse nelle banlieues francesi. La Politique de la ville prevede una vera e propria mappatura delle peculiarità socio-culturali delle diverse comunità urbane ed una programmazione ad hoc, rinnovata periodicamente, di azioni sociali, economiche e culturali che abbiano come prospettiva e obbiettivo comune l’applicazione del concetto di “democrazia locale partecipativa”.
Il Centro sociale della Castellane offre nelle sue strutture (una sede centrale, una scuola materna, un complesso sportivo e culturale) numerose attività per gli abitanti, bambini, giovani e adulti, del quartiere. Intere generazioni sono cresciute frequentando il centro, efficace per la quantità di attività proposte, dotato di strutture ben funzionanti, presente nella quotidianità del quartiere e questo grazie a sovvenzioni provenienti da quello stesso Stato, che da una parte elargisce e dall’altra, secondo la strategia del bastone e della carota, stigmatizza, perseguita, emargina e ghettizza. Viene da pensare che questa sottile interdipendenza tra Stato e azione socio-culturale rischi di corrispondere a un meccanismo per soffocare quel disagio e quei conflitti sociali che potrebbero trasformarsi in volontà di cambiamento, trasformazione, ribellione.
Il gioco della k-ste’
Dal 2007, con l’associazione “3.2.1”, abbiamo animato laboratori con un gruppo di donne e bambini del centro sociale della Castellane nel quadro delle attività di sostegno alla genitorialità. Il gruppo era composto da una quindicina di donne tra i 20 e i 40 anni, prevalentemente di origine nordafricana, e i loro figli, dell’età di pochi mesi fino a quella di 10 anni.
Partendo da un ciclo di laboratori che aveva come sfondo narrativo il viaggio delle spezie, abbiamo invitato le mamme a raccontarsi e a raccontare ai loro figli – attraverso il gioco, il teatro, il racconto e la cucina – i segreti, la storia, i sapori delle loro origini e del loro “viaggio”. Dopo aver sperimentato il potere e la forza attrattiva delle loro radici, nel secondo ciclo di incontri abbiamo costituito un equipaggio pirata composto di bambini e donne che si è messo in viaggio, tra isole, incontri sorprendenti, tempeste e arcobaleni.
Per un anno, durante i periodi di interruzione scolastica, abbiamo incontrato il gruppo pirata e continuato il viaggio del “Barbeblanche” il nostro vascello immaginario, finché siamo approdati su un’isola di cemento chiamata la Castellane. La ciurma ha così iniziato a esplorare l’isola, a intervistare i suoi abitanti, entrare nelle case, cercare i suoi tesori nei racconti delle persone, ha tracciato mappe, scoperto luoghi e infine, prima di ripartire, ha deciso di lasciare tracce del proprio passaggio decorando i muri grigi, piantando fiori nelle aiuole, barattando deliziosi dolci con pazzi pegni.
Dopo un anno siamo tornati per incontrare le donne e i bambini del centro sociale: molte erano le stesse mamme che avevano partecipato agli incontri precedenti, così come molti, anche se cresciuti, erano i componenti della stessa ciurma di pirati con cui avevamo esplorato il quartiere. È stato quindi possibile, oltre che emozionante, riprendere il filo narrativo e le esperienze vissute insieme un anno prima.
Nonostante il tempo passato, si è ricreato facilmente il gruppo e tutti hanno accolto con entusiasmo la proposta di costruire insieme un grande gioco dell’oca della K-stè, che facesse incontrare i bambini nelle piazze, che raccontasse sottoforma di gioco il quotidiano del quartiere e che facesse sbizzarrire l’immaginario dei suoi abitanti. Dividendo i bambini dalle mamme abbiamo lavorato sulla raccolta di giochi e prove da poter inserire nello schema del gioco dell’oca e sperimentandoli insieme abbiamo scelto i giochi più indicati. Con le mamme abbiamo deciso la struttura del percorso (soste, salti in avanti, penalità, sfide, prove da superare) e ognuna ha individuato in alcune situazioni del quotidiano occasioni di avanzamento, di retrocessione o di stallo.
Così gli spacciatori nei sottopassaggi sono diventati serpenti che escono dalle tane; lo snack bar una penalità di 3 caselle (visto che la carne non è Hallal, sarebbe a dire di macellazione musulmana); il complesso sportivo una occasione di competizione atletica tra le squadre; la “torre” (edificio a rischio di crollo) la casa maledetta; i ratti e gli scarafaggi un elemento di disturbo; la festa dell’Aid (fine del Ramadam) una casella dove recuperare le forze; il centro sociale un aiuto che ricorre qua e là; il tè nella tenda berbera una meta agognata; il traghetto una via di fuga; la neve sulla piazza un evento straordinario…
Ogni mamma e ogni bambino ha disegnato una casella su un supporto di legno di 50×60 cm, e attraverso un laboratorio di narrazione abbiamo aggiunto degli elementi fantastici nello schema del gioco: la foresta, l’isola, il mago, i colori, l’uomo con la testa d’albero, la tempesta. Vista la volontà condivisa di costruire il gioco dell’oca per regalarlo al quartiere abbiamo deciso di invitare anche i ragazzi a inventare le proprie caselle e per qualche ora abbiamo condotto un laboratorio aperto davanti al centro al quale hanno partecipato spontaneamente una ventina di ragazzi tra i 10 e i 17 anni.
Insieme alle donne e ai bambini abbiamo anche confezionato i premi per i partecipanti: dolci cucinati insieme e giocattoli recuperati nei mercatini delle pulci. Alla fine del percorso abbiamo programmato la giornata di gioco collettivo (che purtroppo, visto il maltempo, abbiamo dovuto fare nella palestra del centro sociale).
Al gioco hanno partecipato 30 bambini tra i 6 e i 10 anni, e il gruppo di mamme e bambini del “Barbeblanche”, per un totale di 50 partecipanti. Il gioco dell’oca è rimasto alla Castellane con l’invito di riutilizzarlo spesso sulla piazza, durante le feste o come strumento ludico a disposizione degli educatori del centro. Il rammarico più grande è di non essere riusciti a costruire il gioco in una forma permanente, come arredo fisso per il quartiere: il suolo (pubblico) della piazza è ormai proprietà (privata) di imprese multinazionali senza volto, non è possibile effettuare nessuna modificazioni su di esso.
Ma nonostante tutto il viaggio del “Barbeblanche” continua…
Per maggiori informazioni sul centro sociale della Castellane: www.cs-lacastellane.com
Per informazioni sulla Politique de la Ville
http://fr.wikipedia.org/wiki/Politique_de_la_ville_en_France