Il Barrito del Mammut - Periodico del Centro Territoriale a Scampia - Mammut. Maggio 2009, anno II n. 3

 

A porte chiuse. Il closlieu di Arno Stern 

di Sara Honegger

Una stanza senza finestre tappezzata di carta da pacco; una tavolozza con diciotto colori; una cartella con i fogli che i bambini appendono al muro. Ecco il closlieu, la stanza che Arno Stern ha messo a punto nel corso di una vita di lavoro, dove ancora oggi, in molte parti del mondo, una volta alla settimana bambini, adolescenti e adulti si ritrovano per dipingere. Un ambiente volutamente piccolo nel quale libertà e struttura convivono grazie all’equilibrio fra lo spazio del singolo bambino, cioè il foglio, di cui è padrone assoluto, e lo spazio degli altri: colui che dipinge accanto a noi e di cui sfioriamo i gomiti e avvertiamo il respiro; coloro di cui udiamo la voce e che incontriamo nel centro della stanza, quando andiamo a intingere il pennello: “Una goccia d’acqua, una goccia di colore”.

Libertà e struttura sono infatti i poli entro i quali si snoda l’esperienza pedagogica di Arno Stern, infaticabile nel denunciare la progressiva morte dell’infanzia e del gioco come attività creativa per eccellenza, e nel mettere sul banco degli imputati non la solita televisione, non i soliti videogiochi, non la solita società di oggi, ma l’educazione artistica, introdotta nelle scuole materne (a volte perfino nei nidi) poco più di venti anni fa. Si tratta di un parere irritante. Ma chi lavora in un closlieu non può non condividerlo, tanto evidenti sono le tracce di questa massiccia esposizione di bambini molto piccoli ai medesimi modelli culturali: i finti pollock (tutti a schizzare sui fogli) e i finti klee (strisce di colore, in monotona sequenza), i cuori e i coniglietti in serie, i mai compresi Munari con gli alberi di natale di creativo polistirolo, le impronte di mani, i soliti topi disneyani. Parassiti, li chiama Stern, che divorano la capacità creativa di utilizzare in modo personale forme e immagini che ciascuno di noi, quale sia la sua cultura e latitudine, ha dentro di sé: la linea di terra e di cielo, la casetta con il camino storto, l’albero con le mele, il vaso di fiori, il vulcano che zampilla, i cieli nuvolosi, gli abissi marini, i sottomarini con le finestrelle tutte nere, le automobili con tanto di autista, gas di scarico e simbolo della casa produttrice.

A sostegno di questa tesi Arno Stern non porta interpretazioni, ma cinquecentomila dipinti raccolti in sessant'anni di lavoro nel suo closlieu di Parigi e durante alcuni viaggi di studio condotti negli anni settanta presso le poche popolazioni ancora non scolarizzate: un’impressionante raccolta che documenta l’impoverimento dell'attività del dipingere, il suo sclerotizzarsi in forme stereotipate, per altro in linea con un sistema, scolastico e non, basato sull'omologazione e sulla programmazione continua.

Non si ha qui la possibilità di affrontare la posizione di Arno Stern rispetto alla scuola, ma si possono mettere a fuoco alcuni elementi centrali del suo lavoro a partire dal significato che dà alla parola closlieu: rifugio. Rifugio da che cosa? Innanzitutto dallo sguardo pieno di attesa degli adulti. Ecco il motivo per cui i dipinti non escono mai dal closlieu: non vengono portati a casa; non vengono esposti in mostre; non vengono valutati o giudicati dal praticien, come viene chiamato colui che conduce il closlieu. L’attività del dipingere inizia e finisce nel piacere del fare, esattamente come accade con il gioco. E proprio come il gioco appassisce quando sottoposto alla calura dello sguardo dei grandi, così l’attività del dipingere, che il bambino avvia già piccolissimo per suo esclusivo piacere disegnando sulla carta quei ghirigori circolari che Stern chiama giroulì, si trasforma non appena il bambino comprende l’effetto che i suoi disegni hanno sui grandi: fogli appesi, fogli corretti, strappati o infilati chissà dove, fogli osannati o dimenticati. Nulla di tutto questo nel closlieu: ogni bambino ha una cartella dove vengono riposti e conservati con cura i dipinti. Senza questa protezione, senza questa assenza di giudizio e di attesa, difficilmente il bambino arriva a giocare con i colori e le forme: l’ansia di produrre qualcosa di bello, di adatto, di consono a quanto ha imparato a scuola o desiderano i genitori, mina alle fondamenta la libertà necessaria all’espressione.

Un secondo elemento è quello relativo al gruppo misto: il closlieu non dovrebbe mai essere frequentato da soli bambini, ma anche da adulti e adolescenti. Tutti insieme. Tanto più il gruppo è misto – il piccino di tre anni e mezzo che quasi non arriva alla tavolozza si trova perfettamente a suo agio con la ragazza di diciassette anni, ma anche con la signora di cinquanta – tanto più il confronto, la competizione, la sfida, si sgonfiano, fino ad annullarsi. Il clima competitivo, caratteristico della classe, del gruppo omogeneo per età, sesso o altra categoria, lascia il posto a un clima collaborativo, dove può svilupparsi una maggiore attenzione all’altro, osservato a volte anche con divertita curiosità.

C'è poi la figura del praticien, educatore, certo, ma a cui tocca imparare un mestiere difficile; servire. Non si interpreta, non si insegna a disegnare, non si valuta. Tutto si risolve nell’andare da un bambino all’altro per servirlo affinché non perda la concentrazione raggiunta. Ecco allora la preparazione della tavolozza prima di ogni incontro, perché tutto sia in ordine ed efficiente come uno strumento bene accordato; le parole dell’accoglienza; le puntine che si mettono negli angoli superiori del foglio e nella mano del bambino; l’asciugatura delle gocce (“Goccia!”) di colore che, non volute, colano rovinando il lavoro; la protezione della concentrazione di ognuno senza dimenticare il clima del gruppo. Limitarsi a questa azioni, lavorare al proprio ruolo secondo un principio di sottrazione, richiede tempo e attenzione. D’altro canto, sono proprio queste le attitudini che forniscono al bambino il coraggio e la fiducia necessari a lasciare fuori dalla porta il fare in fretta, prima o meglio degli altri, per seguire la sua naturale tendenza alla perfezione, al fare bene. E quindi: come si tiene il pennello, quanta acqua si prende, quanto colore, l’angolatura del polso rispetto al foglio, la puntina che va spostata perché nell’angolo non rimanga la sua forma bianca... Dettagli? Forse. Eppure, se da un lato consentono al bambino, quale sia la sua età, intelligenza, capacità manuale, di raggiungere il livello di destrezza che gli permette di mettere sulla carta il mondo che preme dentro di lui, dall’altra costringono il praticien a non soffermarsi mai sul contenuto, su ciò che il bambino dipinge, ma solo sul come. Ragione per cui gli “strumenti” di lavoro sono di prima qualità: carta bianca, giammai già usata; pigmenti brillanti ma di rapida asciugatura; pennelli in setole naturali, grazie ai quali, con l’abilità che si sviluppa nel tempo, i bambini ottengono grandi campiture, ma anche dettagli degni di un miniaturista.

A questa naturale tensione al ben fare, si oppone oggi la frammentazione della giornata, la continua ricerca del nuovo: il nuovo sport, il nuovo amico, il nuovo interesse, il nuovo videogioco, il nuovo cartone alla tv, il nuovo compito, il nuovo lavoro. Simili a foglietti volanti, le esperienze vengono bruciate in un istante: al loro posto non resta neanche la soddisfazione di un buon carbone. Questa incostanza ci porta al carattere del closlieu che maggiormente stona nel mondo contemporaneo: il suo essere identico a se stesso da sessant'anni. Miranda Magni, la praticienne più esperta in Italia, è solita dire che di una cosa dovrebbe essere sempre ricco chi conduce il closlieu: il tempo. Il tempo lungo, disteso, privo di agende, di scansioni, di appuntamenti. Senza questa lentezza, che peraltro è propria del bambino, e senza la fiducia necessaria ad abbandonarsi al lungo periodo, difficilmente si riesce a sospendere il giudizio. Prima o poi capita il ragazzino che usa solo il nero; prima o poi arriva l’adolescente che copre i fogli di grandi strisce rosse. E se non ci siamo disfatti di quella mania che abbiamo di voler correggere tutto, se siamo inclini a vedere nei colori un significato, se ci lasciamo assalire dal desiderio di aiutare il bambino, di farlo stare meglio il prima possibile, difficilmente riusciremo a stare zitti, a non frapporre fra lui e il percorso che sta compiendo per ragioni a noi sconosciute, la nostra ragione, la nostra cultura, il nostro bisogno di essere così comprensivi da sottomettere al già noto ogni pennellata libera e straniera.

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Per saperne di più

www.arnostern.com 

Arno Stern, Il chiostro dei colori, Vitali&Moretti 2006

Arno Stern, Peter Lindbergh, Felice come un bambino che dipinge, Armando 2006

Arno Stern viene in Italia regolarmente. Notizie sulle sue conferenze, sui suoi spostamenti e sugli eventuali corsi da lui tenuti, si trovano in www.ilsegnoilcolore.it, il sito dell’Associazione Il segno e il colore, che fa capo a Miranda Magni (Bergamo), formatrice di grande esperienza.

 
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